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Full text of "Intorno a due trovatori in Italia"

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University  of  Toronto 


http://www.archive.org/details/intornoduetrovaOOzing 


BIBLIOTECA  CRITICA 


DELLA 


LETTERATURA  ITALIANA 


DIRETTA 


FEANCESCO  TORRACA 


IN  FIRENZE 

G.  e.  SANSONI,  EDITORE 
1899 


NICOLA  ZINGAEELLI 


INTORNO 


DUE  TROVATORI 


IN  ITALIA 


IN  FIRENZE 

G.  C.  SANSONI,  EDITORE 

1899 


It7é>l 


PROPEIETA  LETTERARIA 


Firenze,  Tip.  G.  Carnesecchi  e  figli 


ALLA   CARA  E   GLORIOSA  MEMORIA 


DI 


ADOLFO  GASPARY 


PREFAZIONE 


ALLA    PRESENTE    EDIZIONE 


Poco  avevo  da  aggiungere  alla  prima  edizione 
del  serventese  di  Ugo  di  Saint  Gire;  ma  il  desi- 
derio di  accertarne  il  testo  col  soccorso  di  tutt'  e 
tre  i  manoscritti  conosciuti,  mi  ha  indotto  prin- 
cipalmente a  ristamparlo  :  cosi  ho  dato  luogo  a  qual- 
che nuova  spiegazione  portatavi  da  altri  nell'  ordine 
storico. 

Ma  il  secondo  di  questi  saggi  è  rifatto  fonda- 
mentalmente dalla  sua  prima  redazione.  Il  bisogno 
di  spiegarmi  la  poesia  di  cui  tratta,  nelle  relazioni 
storiche,  nella  composizione  metrica,  mi  ha  portato 
molto  più  là  che  non  volevo;  e  il  lettore  avrà 
forse  ragione  di  obbiettare  che  un  discorso  cosi 
lungo  e  minuto  meglio  si  confacesse  ad  un  lavoro 
più  ampio  intorno  a  tutta  1'  opera  di  Amerigo  di 
Pegugliano,  che  è  veramente  di  speciale  interesse 
per  la  storia  dei  trovatori  in  Italia.  Confido  non- 
dimeno che,  a  parte  codesta  ragione  di  economia, 
queste  ricerche,  legate  insieme  dal  filo  di  un  sol 
componimento,  sia  pure  come  gli  episodii  dei  poemi 

PC 


in 


Vili  PREFAZIONE 


cavallereschi  eran  legati  dalla  guerra  contro  gli 
Infedeli,  non  sieno  per  sembrare  inutili  pel  diffi- 
cile tema  della  cultura  in  Italia  nel  secolo  xiii. 
Frattanto  il  serventese  di  Ugo  di  Saint  Ciro  ac- 
canto alla  poesia  amorosa  di  Amerigo  di  Pegugliano, 
può  dar  come  un'immagine  di  quella  unione  di 
armi  ed  amori,  valore  e  cortesia,  che  è  il  carattere 
principale  della  civiltà  di  quei  tempi.  Nella  feconda 
operosità  odierna  degli  eruditi  italiani,  quasi  a  ri- 
storo del  lungo  abbandono  in  che  furono  per  l' in- 
nanzi lasciati  questi  studii,  e  per  ricongiungersi  coi 
loro  precursori  dell' italianissimo  Cinquecento,  ma 
più  ancora  per  quel  potente  impulso  del  mondo 
moderno  alla  conoscenza  scientifica  del  passato; 
possano  questi  due  saggi,  se  non  figurare  degna- 
mente, dare  almeno  occasione  ad  altri  di  far  molto 
meglio  ciò  che  vi  si  è  tentato. 


Napoli  1*^  giugno  1899. 


UN  SERYENTESE 
DI  UGO  DI  SAINT  CIEC  ' 


Ugo  di  Saint  Gire,  come  altri  trovatori  in  Italia, 
non  soltanto  cantò  di  amore,  ma  s'interessò  anche  alle 
cose  nostre.  E  questo  egli  fece  per  lo  più  nella  Marca 
Trivigiana,  ove  stette  di  preferenza,  ben  accolto  da 
Alberico  da  Eomano,  fratello  di  Ezzelino  e  di  Cunizza. 
Noi  qui  non  vogliamo  studiare  queste  relazioni  del  tro- 
vatore con  uno  o  con  entrambi  i  fratelli  da  Komano, 
ma  prendere  in  esame  il  più  importante  serventese 
eh'  ei  ci  abbia  lasciato.  ^  È  una  poesia  che  non  splende 


1  Pubblicato  nella  Miscellanea  di  Filologia  dedicata  alla  me- 
moria dei  professori  JSf.  Caix  e  U.  A.  Canello,  Fivenze,  Le  Mon- 
nier,  1886,  e  già  prima  in  estratti  nel  giugno  del  1885. 

2  Ne  parlò  il  Diez,  Lehen  und  Werke,  2»  ecliz.,  p.  340  sg., 
ponendolo  innanzi  al  1217.  Il  Gaspary,  Geschichte  d.  italieniscìien 
Literatur,  p.  53  e  nota  in  appendice,  corresse  il  Ragionamento  del 
Diez,  assegnando  il  serventese  ad  un  torno  di  tempo,  che  è  il  giu- 
sto. Più  sicuri  i  nostri  risultati,  furono  generalmente  accolti;  e  già 
contemporamente  il  Casini  vi  si  era  avvicinato  di  molto  neir  artì- 
colo 1  Trovatori  nella  Marca  Trivigiana,  in  Pì'opugnatore,  XVin, 
149-187  (1885).  Quel  che  è  detto  del  nostro  serventese  nella  Histoire 
Littéraire  de  la  France,  voi.  XIX,  è  affatto  privo  d'interesse. 
Senza  interesse  e  scorretto  è  ciò  che  il  Brinckmeiek,  Die  pro- 
venzalische  Troubadours  als  lyrische  und  politische  Dichter,  Got- 
tingen  1882,  p.  265,  dice  a  proposito  di  questo  serventese  e  di  altre 
poesie  politiche  del  Nostro. 

ZlNGARELLI  1 


2  UN    SERVENTESE   DI   UGO  DI   SAINT   CIRC 

per  grandi  bellezze,  e  certo  Don  è  delle  più  belle  che 
la  passione  politica  de'  trovatori  abbia  prodotte  ;  ma 
è  ricchissima  di  allusioni  storiche,  e  speriamo  anzi 
di  aver  dimostrato  che  essa  viene  a  supplire  a'  docu- 
menti storici,  ed  è  un  documento  per  sé  stessa. 

Yogliam  parlare  della  poesia  che  comincia:  Un  sir- 
ventes  viielìi  faire  en  aquest  son  d'en  Gui.  Essa  ci  tra- 
sporta in  un  momento  della  lotta  di  Federigo  II  con- 
tro le  città  dell'Alta  Italia  e  il  Papa,  lotta  che  non  si 
chiude  in  brevi  confini,  ma  di  tutta  Europa  mantien 
sospesi  gli  animi,  e  da  una  delle  parti  assume  perfino 
il  carattere  di  una  crociata. 

Però,  come  il  papa  ed  i  Guelfi,  anche  Ugo  di  Saint 
Ciro  voleva  che  tutta  Europa  si  movesse  contro  Fede-' 
rico  IL  Egli  che  in  patria  aveva  assistito  alla  distru- 
zione degli  Albigesi,  all'umiliazione  de'  conti  di  Tolosa, 
agl'interventi  de' re  di  Francia  e  d'Aragona,  alla  morte 
di  quest'ultimo,  rivedeva  quasi  la  stessa  figura  della 
guerra  contro  quegli  eretici,  e  riteneva  che  l'ira  di 
Dio,  come  su  costoro,  sarebbe  certamente  piombata 
anche  sul  potente  Imperatore.  Cosi  pensava  Ugo  col 
suo  spirito  di  chierico,  che  egli  portò  dal  seminario  di 
Monpellier,  sebbene  vi  avesse  imparato  a  fare  «  chan- 
sons  e  vers  e  sirventes  e  tensos  e  coblas  »,  più  che  i 
testi  sacri;  le  scene  di  terrore  seguite  nelle  sue  con- 
trade lo  alimentarono;  e  certo  contribuì  a  ringagliar- 
dirlo il  soggiorno  nell'Alta  Italia,  in  mezzo  ai  furori 
del  guelfismo,  sotto  l'impressione  degli  avvenimenti 
straordinari,  che  si  andavano  svolgendo. 

Il  trovatore  manda  il  suo  serventese  a  Faenza  al 
signor  Guglielmino,  al  conte  Guido  Guerra,  ai  signori 
Michele  Morosino,  Bernardo  di  Fosco,  a  messer  Ugo- 
lino ed  agli  altri  cittadini  di  là  dentro  (vv.  1-8).  Si 
tratta  manifestamente  dell'  assedio  di  Faenza,  intra- 


UN   SERVENTESE   DI   UGO   DI   SAINT   CIRC  3 

preso  da  Federico  II  alla  fine  di  agosto  del  1240,  e 
durato  sino  al  13  di  aprile  del  1241.  ^  La  nobile  città 
resistette  otto  mesi,  mentre  l'Imperatore  credeva  che 
vi  avrebbe  speso  poco  tempo  e  fatica.  Nelle  lettere  da- 
tate dall'assedio  di  Faenza  cercava  egli  di  dissimulare 
l'acerbo  disinganno,  che  provava  per  quella  valida  resi- 
stenza; pure  aggiungeva  ch'era  affar  di  giorni,  ma  che 
infine  se  ne  sarebbe  sbrigato  presto.  ^  Gli  avversari 
però  vi  vedevano  l' impotenza  dell'  Imperatore,  e  il 
trionfo  della  loro  causa  giusta;  Ugo  di  Saint  Gire  sente 
partir  dal  cuore  il  suo  serventese,  e  :  «  quale  che  sia  il 
vostro  stato  li  dentro  »,  egli  dice  agli  assediati,  «  sap- 
piate che  la  vostra  fermezza,  e  il  bel  nome,  e  il  pre- 
gio, e  la  lode  che  si  dice  di  voi,  vi  coronano  di  onore  ! 
^ol  che  facciate  buona  fine  !  » 

Notissimo  fra  que'  personaggi  è  il  conte  Guido 
Guerra,  figlio  di  Marcovaldo  e  nipote  di  Guido  Guerra 
-e  della  «  buona  Gualdrada  »,  celebrato  da  Dante,  Lif. 
XVI,  37,  perché  «  fece  col  senno  assai  e  con  la  spada  ». 
Egli  tenne  lungamente  la  parte  della  Chiesa  contro 
l'Imperatore,  e  con  forte  nerbo  di  combattenti  corse 
in  aiuto  di  Faenza,  mentre  altri  mille  soldati  bolognesi 
«e  veneziani  venivano  pure  accolti  nella  città.^  E  quanto 


1  MuRATOKi,  Annali  d'Italia,  s.  a.  Notizie  'sulF  assedio  di 
Faenza  si  cercano  invano  nel  Cantinelli,  Chronicon  Faventinum, 
■ap.  MiTTARELLi,  Ad  reruììi  italic.  script,  accessiones. 

2  Huillaed-Bréholles,  Ristoria  diplomatica  Friderici  II, 
t.  V,  2,  nelle  lettere  datate  da  Faenza  passivi.  Schirrmacher,  Kai- 
ser Friderich  der  Ztceite,  III,  169. 

3  Annales  Piacentini  Gibellini,  in  Pollastrelli,  Chronica 
tria  Piacentina,  161  ;  Schirrmacher,  1.  e.  168.  —  Neil'  anno  pre- 
cedente, 1339,  Guido  di  Marcovaldo  fece  una  cessione  a  suo  fra- 
tello Ruggiero  nel  castello  di  San  Leonino  in  Romagna,  cfr.  De- 
lizie  del  p.  Ildelfonso,  viii,  171. 


4  UN   SERVENTESE   DI   UGO   DI   SAINT  CIRO 

notevole  fosse  la  parte  del  conte  Guido  in  queste  lotte^ 
è  mostrato  anche  da  una  lettera  che  il  26  ottobre  del 
'43  papa  Innocenzo  IV  gì' inviava  per  esprimergli  tutta 
la  sua  gratitudine,  ^  e  dalle  trattative  che  Federico 
stesso  inizia  per  riaverlo  tra'  suoi.^  Non  fu  dunque  la 
presa  di  Ostina  nel  1250  la  sua  prima  impresa,  come 
si  crede.  Un  altro  personaggio  noto  è  Michele  Moro- 
sino  (piuttosto  che  Moresino,  come  dice  il  serventese), 
veneto,  podestà  di  Faenza  appunto  in  quell'anno,^  e 
ricordato  come  valoroso  duce  e  combattente:  esso  si 
nasconde  sotto  la  forma  greca  Mauroceno  nella  Cro- 
naca del  Dandolo.  ^  Ser  Ugolino  potrebbe  essere  Ugo- 
lino Giuliano  di  Parma,  creato  conte  di  Komagna  nel- 
l'agosto del  1220  dal  legato  dell'Imperatore,  Corrado 
vescovo  di  Spira  e  di  Metz,  ma  che  per  comando  di 
Federico  II  fu  nel  giugno  1221  surrogato  da  Goffredo 
di  Biandrate,  ^  se  si  dimostrasse  che  nel  '40  era  ancor 
vivo  e  vegeto  ed  era  corso  in  Faenza:  egli  avrebbe 
avuta  ragione  di  mantenersi  avverso  a  Federico  19  anni 
dopo,  e  di  continuare  ad  aizzare  le  Komagne  contro  di 
lui.  Ma  ora  mi  piace  di  più  la  congettura  di  F.  Torraca, 
che  sia  invece  quell'Ugolino  dei  Fantolini  di  Cerfu- 
gnano  lodato  da  Dante  in  Fiirg.  xiv,  121.^  Non  essendo- 


^  Huillaed-Bréholles,  ib.,  VI,  136. 

2  Huillaed-Bréholles,  ib.,  137. 

3  ScHiRRMACHEE,  1.  c.  168.  Gli  AfinaUs  Piacentini  dicono  che 
era  veneto,  1.  e. 

"*  Chronicon,  in  Muratori,  B.  I.  S.,  XII,  352. 

^  Huillard-Bréholles,  ib.,  Introduction,  pag.  cdlxxvii. 

^  F.  Torraca,  Le  rimembranze  di  Guido  del  Buca,  in  Nuova 
Antol,  1«  sett.  1893,  p.  23  sgg.  —  Il  Gaspary,  Zeitschr.,  xi,  273, 
in  una  benevola  recensione  di  questo  saggio,  propose  dubitosa- 
mente  Ugolino  Buzzuola,  che  apparteneva  alla  famiglia  degli  Al- 
berghetti, dominante  in  Faenza,  ed  è  nominato  da  Salimbene  nel 


UN  SERVENTESE   DI  UGO  DI   SAINT  CIRC  5 

€gli  proprio  di  Faenza,  ma  del  territorio,  potè  esservi 
podestà  nel  1253:  ancora  molti  anni  dopo,  nel  1277, 
soffri  nei  suoi  possessi  gli  assalti  di  ghibellini  faentini, 
fuorusciti,  bolognesi  e  forlivesi;  e  morì  poco  dopo.  Nei 
versi  danteschi 

0  Ugolin  dei  Fantolin,  sicuro  > 

è  il  nome  tuo,  da  che  più  non  s'aspetta 
chi  far  lo  possa  tralignando  oscuro, 

è  un  acerbo  rimprovero  ai  degeneri  figliuoli,  di  non 
bella  memoria  per  Dante.  E  Guglielmino  potrebbe  mai 
essere  Guglielmo  di  Camposampiero,  fuggito  da  Ve- 
rona poco  prima  dell'assedio  di  Faenza,  temendo  l'ira 
dei  fautori  di  Ezzelino  e  dell'  Imperatore,  e  ricovera- 
tosi nel  suo  castello  di  Treville  ?  ^  Di  Bernardo  di  Fosco 
ha  ricordato  il  Casini  ^  la  menzione  che  ne  fa  Dante  ? 
Furg.  XIV,  121,  dove  Guido  del  Duca  ricorda  i  cava- 
lieri romagnoli  del  suo  tempo: 

Quando  in  Bologna  un  Fabbro  si  ralligna; 
quando  in  Faenza  un  Bernardin  di  Fosco, 
verga  gentil  di  piccola  gramigna  ? 

I  commentatori  lo  dicono  figliuolo  di  un  lavoratore  di 
terra:  se,  come  par  certo,  nel  1248  fu  podestà  di  Pisa, 
e  di  Siena  nel  '49,  egli  era  veramente  un  signore  assai 
stimato,  poiché  ispirava  la  fiducia  di  queste  città  de- 
vote a  Federico. 


1250  come  praeciimiis  di  quelli.  Dante  fa  menzione  di  lui  in  De 
Vuìg.  Eloq.  i,  14  tra  i  poeti  romagnoli.  Ma  di  gran  lunga  prefe- 
ribile è  la  spiegazione  del  Torraca. 

^   SCHIRRMACHER,   1,   C.  167. 

2  Casini,  I  trovatori  nella  Marca  Trivigiana,   in  Propugn., 
XVIIT,  178,  e  Giornale  dantesco,  IV  (1896),  p.  57. 


6  UN   SERVENTESE   DI   UGO   DI  SAINT   CIRC 


Ma  i  difensori  di  Faenza  hanno  maggior  significato 
per  Ugo  di  Saint  Gire  come  difensori  della  Chiesa  e^ 
della  religione,  «  contro  colui  che  non  crede  in  Dio  e 
nella  Chiesa  e  si  fa  lecito  ogni  delitto  »  (vv.  9  e 
sgg).  Federico  II  in  qnel  tempo  era  dipinto  co'  carat- 
teri più  neri  nella  fantasia  de'  credenti  :  tutti  parla- 
vano della  sua  vita  orientale,  dell'  harem  in  Lucerà, 
tutti  sapevano  riferire  le  sue  parole  ingiuriose  e  le  be- 
stemmie contro  le  cose  sante;  e  papa  Gregorio  IX  il 
20  marzo  del  1239  l'avea  scomunicato  dal  Laterano^ 
lanciando  contro  di  lui  le  più  terribili  accuse,  fra  le 
quali  che  egli  fosse  l'autore  del  libro  de  trihus  impo- 
storibus  :  ^  ciò  che  lo  faceva  simile  all'Anticristo.  Pare 
quindi  che  Ugo  sia  mosso  dalla  propria  coscienza  a 
scagliare  il  rabbioso  serventese  contro  «  colui  che  non 
crede  né  alla  Chiesa  né  a  Dio,  né  all'altra  vita  dopo 
morte  né  al  paradiso,  e  dice  che  l' uomo  è  niente  poi 
che  perde  il  respiro  ».  Anche  Dante  collocò  Federico 
tra  coloro 

che  l'anima  col  corpo  morta  fanno; 

ed  è  noto  che  appunto  nel  tempo  stesso  delle  sue  guerre 
con  la  Chiesa,  la  setta  religiosa  dei  Patareni,  che  aveva 
origine  comune  con  quella  dei  Catari  albigesi,  tro- 
vava appoggio  in  lui  e  nei  suoi  seguaci.  Ugo  si  ac- 
compagna coi  chierici  denigratori  di  Federico  quanda 
dice  che  esso  non  s'astiene  da  crudeltà  e  da  delitti,  aK 
ludendo  a  misfatti,  come  tradimenti  ed  avvelenamenti, 
che  si  facevano  pesare  sulla  coscienza  dell'  Imperatore, 
il  quale  testé  nell'assedio  di  Brescia  del  1238  avea  rin- 


1  MuKATOKi,  Annali.  —  Albericus  monacus  trium  fontium,^ 
in  Script,  rerum  frane,  t.  XXI,  623  sgg.  Huillard-Bréholles,^ 
ib.  Introduction,  cdlxxxvii. 


UN  SERYENTESE   DI   UGO  DI   SAINT   CIRC  7 

Dovata  V  opera  dell"  avo  attaccando    alle  macchine  di 
guerra  i  prigionieri  bresciani.  ^ 

Subito  accanto  a  Federico,  viene  il  conte  Raimondo 
VII  di  Tolosa,  che  per  Ugo  di  Saint  Circ  ha  molti 
punti  di  somiglianza  con  l' Imperatore  de'  Romani  (vv. 
17  e  sgg.).  E  «  se  il  conte  Raimondo  lo  sostiene,  guardi 
che  faccia  suo  prò  »,  egli  dice,  perché  di  questo  ricalci- 
trare al  papa  ed  alla  Chiesa  il  conte  doveva  sentir  gli 
effetti  più  di  tutti.  Riacquistati  appena  i  suoi  domini, 
perduti  dal  padre  Raimondo  VI  nella  guerra  degli 
Albigesi,  egli  li  avea  riperduti  affatto,  dopoché  il  29 
gennaio  del  1226  il  cardinale  di  Sant'Angelo,  legato 
del  papa,  lo  aveva  scomunicato  e  dichiarato  eretico, 
e  Luigi  VIII,  incaricatosi  di  fargli  la  guerra,  s' impa- 
droni di  tutte  le  città  e  castella  di  Linguadoca,  sino 
a  quattro  leghe  da  Tolosa.  ^  Parte  ne  ricuperò  nel  trat- 
tato di  pace  con  Luigi  IX  il  1229;^  parte  più  tardi, 
e  anche  per  benevolenza  di  papa  Gregorio;  altri  non 
riebbe  mai  più,  come  Avignone,  Mmes,  Uzés  e  Gour- 
don.  Fatto  è  ch'egli  perdette  tanta  parte  de'  domini 
aviti  per  causa  del  papa,  dice  Ugo;  e  il  re  Pietro 
d'Aragona,  del  quale  avea  sposata  la  sorella  Sancia^ 
che  poi  ripudiò  nel  1241,  ^  mori  a  Muret  per  sostenere 
la  causa  di  lui  e  del  padre.  Ora  parca  proprio  che  Rai- 
mondo dovesse  pigliar  parte  attiva  a  favore  di  Fede- 
rico. Già  verso  la  fine  di  settembre  del  1239  il  monarca 
gli  scrive  ringraziandolo  di  essere  con  lui  e  contro  la 
Chiesa;  ^  nell'anno  dell'assedio  di  Faenza  lo  esorta  a 


1  Muratori,  Annali,  s.  a. 

'^  Art  de  vérifier  ìes  dates,  artic.  Raimondo  VII. 

3  Histoire  generale  de  Langtiedoc,  III,  preuves  329  sgg. 

■^  Art.  de  vérifier  les  dates,  ìbid. 

■'  Huillard-Bréholles  1.  e.  V,  405. 


8  UN  SERVENTESE   DI   UGO   DI   SAINT   CIRO 

muovere  contro  il  conte  di  Provenza,  Berengario  IV, 
messo  al  bando  dell'Impero,  e  Kaimondo  va  con  le  sue 
truppe  per  impadronirsi  della  Provenza.*  Sennonché  al 
principio  del  1241  Eaimondo  avea  mutato  parere,  ^  e 
nel  marzo  scrive  a  papa  Gregorio  ch'egli  è  deciso  ad 
aiutarlo  contro  Federico.  -^  Ugo  finisce  coli'  ammonire  il 
conte  che  non  abbia  un'altra  volta  a  fare  il  valletto 
di  un  altro.  E  questi  era  il  re  di  Francia:  Kaimondo, 
dopo  il  trattato  di  pace  del  1229,  era  stato  sei  settimane 
prigione  nel  Louvre.  ^ 

E  il  trovatore  si  volge  ora  al  re  di  Francia.  Dopo 
che  Filippo  Augusto  ebbe  ricuperati  in  Francia  tutti 
i  domini  dei  re  d'Inghilterra,  questi  tentarono  più 
volte  di  rifarsi.  Enrico  III  il  1231  se  ne  tornò  inglo- 
rioso da  un'impresa  fallita  per  ricuperare  la  Bretta- 
gna e  gli  altri  domini  continentali,  e  fu  costretto  alla 
pace  da  Luigi  IX.  ^  Era  ben  naturale  dunque  che  En- 
rico III,  la  cui  sorella  Isabella  era  sposata  a  Fe- 
derico II  e  mori  nel  decembre  del  1241,  dovesse  spe- 
rare appoggio  in  Federico,  che  essendo  nemico  del 
papa,  sarebbe  dovuto  essere  anche  del  re  di  Francia. 
Certo  è  che  nel  1238  egli  mandò  in  Italia  un  buon 
numero  di  soldati  con  Enrico  di  Trubeville  per  aiutare 
Federico  contro  le  città  lombarde. '^  Dall'altra  parte  il 
re  di  Francia  non  corrispose  alle  speranze  del  papa, 


1  Histoire  generale  de  Languedoc,  III,  420. 

2  Histoire  génér.  de  Lang.,  Ili,  423. 

3  Huillard-Bréholles  1.  e.  V,  1101.  —  Ma  poi  il  conte  venne 
ed  aiutò  il  papa  con  Federico,  osserva  a  proposito  il  Torraca  :' 
cfr.  Riccardo  da  S.  Germano,  1242-43. 

4  Art.  de  vérifier  les  dates,  ibid.  Hist.gén.  d.  Lang.^  Ili,  377  sg. 
^  Matthaeus  Paris,  in  Ber.  Britann.  Script,  voi.  II. 

^  Matthaeus  Paris,  Historia  Anglorum,  1^  ediz.,  London  1571, 
pag.  413. 


UN   SERVENTESE   DI   UGO   DI   SAINT   CIRC  9 

«he  vedeva  in  lui,  come  già  ne'  predecessori  di  lui,  il 
suo  difensore.  Né  saran  mancate  insinuazioni  e  pres- 
sioni di  ogni  sorta  per  scuotere  l'animo  di  Luigi  IX, 
€  muoverlo  a  sostenere  una  causa,  dove  gì'  interessi 
della  curia  romana  erano  tutto:  non  era  ancor  maturo 
l'intervento  francese  in  Italia.  Ma  se  la  promessa  di 
cui  parla  Ugo  di  Saint  Gire  fosse  stata  realmente  fatta 
Ì3alenare  ad  Enrico  III  da  Federico,  o  se  fosse  soltanto 
una  manovra  di  papa  Gregorio,  noi  non  sappiamo.  Quel 
che  si  sa  di  sicuro  è  che  appunto  durante  l'assedio  di 
Faenza  Gregorio  IX  offerì  la  corona  imperiale  a  Eo- 
berto  d*Artois,  fratello  di  re  Luigi.  ^ 

La  conclusione  che  Ugo  tira  da'  suoi  ammonimenti 
è  che  la  Francia  debba  aiutare  la  Chiesa  contro  Fe- 
derico e  tutt'  e  due  sostenere  i  Milanesi  e  il  signor 
Alberic,  que  tolc  que  lai  passata  non  es.  Qui  si  accenna 
ad  Alberico  da  Komano,  e  all'ultima  campagna  di 
Federico  contro  i  Milanesi  sullo  scorcio  del  1239.  Già 
dal  mese  di  maggio  di  quest'anno  Alberico  si  era  stac- 
cato dal  fratello  Ezzelino,  e,  prese  le  armi  contro  Fede- 
rico, avea  occupato  Treviso,  imprigionando  i  fautori 
dell'Imperatore,  tra  cui  la  moglie  del  podestà  Jacopo 
di  Morra,  pugliese,  che  era  fuggito  a  stento;  e  riusci 
persino  a  render  vano  l' assedio  che  vi  pose  Federico 
subito  dopo.  ^  Di  ciò  fu  lietissimo  il  papa,  e  si  affrettò 
a  scrivergli,  il  7  giugno,  per  fargli  grandissime  lodi: 
continuò  poi   a   scrivergli   sempre,   scorgendo    in   lui 


1  Huillard-Bkéholles,  1.  e.  Introduction,  ccc  sg.,  Schierma- 

€HER,   ].   e.    171   Sgg. 

2  RoLANDiNo,  in  Muratoi'ì,  B.  I.  S.  Vili,  228;  Riccardo  di  S. 
Germano,  in  Muratori,  B.  I.  S.  VII,  1042.  Il  Monaco  padovano,  Mu- 
ratori, ib.,  Vili,  678.  E  cfr.  Vergi,  Storia  degli  Ecceìini,  II,  178 
sg.;  e  Muratori,  Annali,  s.  a. 


10  UN   SERVENTE8E   DI   UGO  DI   SAINT   CIRC 

il  principale  suo  sostegno  nella  Marca.  '  Che  Albe- 
rico pigliasse  parte  coi  Milanesi  e  col  cardinale  Gre- 
gorio di  Montelongo  nella  successiva  campagna,  che 
si  distingue  per  l'inondazione  del  Lodigiano,  operata 
col  far  scorrere  le  acque  del  Lambro  neirAdda,^  non 
ci  è  attestato  da  nessun  cronista,  per  quanto  io  sappia. 
Ma  niente  mi  par  più  probabile.  Che  anzi,  subito  al 
principio  del  '40,  troviamo  Alberico  col  cardinale  di 
Montelongo  all'assedio  di  Ferrara.^  Lo  proverebbe  an- 
che la  grande  ira  che  mostrò  sempre  l'Imperatore  con- 
tro di  lui,  il  proditor  noster  ;  e  un  anno  dopo,  il  13 
settembre.  Federico  scrivendo  al  re  d'Inghilterra  si 
lamentava  che  il  papa  avesse  invitato  al  concilio  per 
la  pace  il  suo  traditore  Alberico.  ^  L' Imperatore,  dopo 
essersi  presa  la  soddisfazione  di  devastare  alcuni  luo- 
ghi presso  Milano,  dovette  retrocedere,  e  andò  a  Pisa.^ 
Cosi  adunque  ci  appare  giustificato  quel  che  Ugo  dice 
al  principio  della  strofa  seguente,  ch'egli  sarebbe  pas- 
sato oltre  se  ne  avesse  avuto  il  potere. 

Quando  Federico  riprese  le  ostilità,  si  rivolse  alle 
Eomagne,  e  assediò  prima  Kavenna  e  poi  Faenza.  Ed 
animato  dal  buon  risultato  della  campagna  del  '39  e 
dalla  valida  resistenza  di  Faenza,  Ugo  esclama:  «  la 
Chiesa  e  il  Ee  di   Francia  provvedano,  mandino  la 


i  Huillard-Beéholles,  ].  e.  V,  317  e  nota;  cfr.  pure  Vercì, 
1.  e.  183  8g. 

2  SCHIRRMACHER,    1.    C.    Ili,    147    Sgg. 

3  Muratori,  Annali,  s.  a.  —  Anche  il  cardinale  di  Monte- 
longo ebbe  il  suo  poeta  per  le  imprese  contro  Federico  II;  v.  il 
compianto  provenzale  e  il  compianto  latino  per  la  sua  morte  pub- 
blicati da  P.  Meyer,  in  Misceli.  Gaix-Canello,  231  sgg. 

^  Huillard-Bréholles,  1.  e.  V,  1037. 

'"  Galvano  Fiamma,  ap.  Muratori,  Annali,  s.  a.;  e  Schikrma- 

CHER,  1.    C. 


UN   SERVENTESE   DI  UGO  DI   SAINT  CIRC  11 

crociata,  ed  andiamo  là  in  Puglia  a  conquistare  il  re- 
gno, perché  chi  non  crede  in  Dio  non  deve  tener  terra!  » 
La  crociata  !  Ormai  i  papi  avevano  imparato  a  sfrut- 
tare questo  nome  nelle  loro  brighe  politiche  in  Occi- 
dente. Già  papa  Gregorio  l'avea  proclamata  nelle  vie 
di  Eonia  il  22  febbraio  del  1240,  e  subito  annunziata 
per  tutta  Italia  e  Europa,  e  vi  lavorava  ^  con  tutto  il 
fuoco  che  bolliva  nella  sua  anima,  non  affievolita  da 
circa  un  secolo  di  vita! 

Degli  ultimi  due  versi  Ugo  si  serve  per  dire  che 
Fiandre  né  Savoia  non  devono  sostenere  Federico,  tanto 
deve  lor  rincrescere  dell'  eletto  di  Valenza  !  Questi  era 
Guglielmo  I  di  Savoia,  fratello  del  conte  Amedeo,  e 
di  Tommaso  di  Savoia,  conte  delle  Fiandre  per  aver 
sposata,  il  1237,  Giovanna  di  Fiandra,  che  mori  nel 
principio  del  1245.  '^  La  storia  degli  ultimi  due  anni 
di  Guglielmo  I  ci  è  arrivata  sparsa  in  cronache  di 
paesi  diversi,  ha  perciò  bisogno  di  una  vera  ricostru- 
zione. Guglielmo  I  nel  giugno  del  1238  fu  eletto  ve- 
scovo di  Valenza,^  l'antica  Valentia,  Valence,  alla  riva 
sinistra  del  Kodano  ;  non  chiese  la  consecrazione,  ma 
fu  e  volle  soltanto  essere  eletto,  ciò  che  lo  distingue 
da'  suoi  consanguinei  successori  in  quel  vescovato,  * 
l'uno  Bonifacio  di  Savoia,  che  fu  solo  administrator 
episcopatus,  ed  electus  di  Belluy,  poscia  trasferito  a 
Canterbury,  l'altro  Filippo  di  Savoia,  che  fu  procura' 
tor,  ma  nel  1267  lasciò  la  cattedra,  si  ammogliò  e  suc- 
cesse nel  1278  nella  contea  di  Savoia  a  Pietro  detto  il 

1  Muratori,  Annali,  s.  a.  Huillard-Bréholles,  1.  e.  voi.  V, 
lettera  del  papa  della  fine  di  febbraio  1240. 

■^  Art.  de  vérifier  les  clates,  Jeanne  de  Flandres;  cfr.  Zeitsch, 
VII,  218. 

3  Gallia  Christiana,  t.  XVI, 

4  Gams,  Series  episeoporum  eccìesìae  catJwllcae,  Ratisbonae, 
1876;  artic.  Valence. 


12  UN   SERVENTESE   DI   UGO   DI   SAINT   CIRC 

piccolo  Carlomagno.  ^  Guglielmo  I  era  uomo  bellicoso, 
sanguigno,  come  lo  chiamavano  i  monaci  di  Winche- 
ster; 2  ed  amatissimo  da  Enrico  III  d'Inghilterra,  tanto 
da  suscitare  la  gelosia  de'  magnati.  Nel  1238  seguendo 
in  Italia  Enrico  di  Trubeville  co' soldati  inglesi,^  si  ac- 
costò a  Eederico  :  nel  settembre  di  quest'  anno  è  con 
l'Imperatore  all'assedio  di  Brescia,'^  e  nel  novembre  in 
Cremona,  dove  si  fa  dare  diritti  di  sovranità  immediata 
sopra  i  sudditi  di  Valenza.  ^  E  presso  Cremona  egli 
volle  provare  all'  Imperatore  come  gli  stesse  in  mano 
meglio  la  spada  che  il  pastorale,  battendo,  in  unione 
col  marchese  Lanza,  i  Piacentini,  e  facendo  prigioni 
molti  cavalieri  e  fanti  che  menò  in  Cremona.^  Sennon- 
ché accomodate  le  sue  faccende  con  Cesare,  il  furbo 
Ouglielmo  va  nell'anno  seguente  dal  papa,  presso  cui 
s'era  fatto  dare  da  Luigi  IX  l'incarico  di  trattar  la 
pace  tra  la  Chiesa  e  l' Imperatore  ;  ''  e  Federico  me- 
desimo, voglioso  com'  era  di  un  accomodamento,  gliene 
dovette  dare  anch'egli  speciale  mandato.  Invece  l'eletto 
di  Valenza  tratta  altre  faccende  col  papa,  e  gli  si  offre 
di  capitanare  un  esercito  contro  l' Imperatore,^  in  cam- 
bio dell'elezione  al  vescovato  di  Liegi  e  della  procura 
del  vescovato  di  Winchester:  «  ut  in  episcopatum  Leo- 
diensem  eligeretur  electus  manens  Valentinus,  et  epi- 
scopatum Wintoniensem  optineret  ut  procurator,  ma- 

1  Art.  de  vérifìer  les  dates,  III,  artic.  Philippe  de  Savoye. 

2  Matthaeus  Paris,  I.  e.  2*  ediz.  Londra  1640,  p.  473.  Mi  si 
perdoni  l'aver  citato  questa  storia  da  differenti  edizioni.  Come 
la  cosa  sia  successa,  è  inutile  il  dirlo. 

3  Matthaeus  Paeis,  1.  e.  1^  ediz.  pag,  397  sg. 

4  Gallia  67^nstm^a,  ib.  Huillard-Bréholles,  1.  c.V,  232,  235. 
^  Gallia  Christiana,  ih.  Huillard-Bréholles,  V,  247,  261  sg. 
^  Annal.  Placent.  Gihel.,  ib.,  pag.  153. 

"  Chronicon  Alberici  mon.  Trinm  fontium,  ib.  pag.  623. 
^  Matthaeus  Paris,  1^^  ediz.  pag.  413. 


UN   SERVENTESE   DI    UGO  DI   SAINT   CIRC  13« 


nens  electus  Leodiensis  »,  dice  Matteo  Paris.^  Ottenuto 
ciò,  si  accinse  a  tornare;  ma  il  3  ottobre  del  1239  mori 
presso  Viterbo,  e  corse  voce  che  fosse  stato  avvelenato. 
La  colpa  si  fé'  cadere  sopra  un  povero  maestro  Lorenzo 
di  San  Martino,  forse  un  medico,  amico  di  Guglielmo, 
e  poco  gli  occorse  a  purgarsene  ;  ^  ma  quanto  sarebbe 
stato  più  giusto  il  cercarla  nella  fazione  partigiana  di 
Federico,  irritata  dalla  condotta  che  il  vescovo  avea 
tenuta  negli  ultimi  mesi,  e  dal  tradimento  patente  !  La 
notizia  di  questa  morte  scosse  Enrico  III,  né  meno  i 
due  fratelli  Amedeo  e  Tommaso.  Amedeo  avea  fatte 
festosissime  accoglienze  il  1238  a  Federico,  che  tor- 
nava dalla  Germania  :  fu  tale  anzi  il  compiacimento 
del  sovrano  che  eresse  in  ducato  il  paese  da  Chablais 
ad  Aosta.  Tommaso  al  contrario  era  nemico  di  Fede- 
rico, e  verso  la  metà  del  1240  rinunziò  a  continuare 
una  lotta  in  cui  avea  sacrificato  tanto  del  suo  ;  e  ve 
lo  spinse  anche  il  dolore  della  morte  del  fratello  Gu- 
glielmo. 2  Ma  se  Ugo  poteva  temere  che  Amedeo  soc- 
corresse Federico,  non  pare  che  avesse  ragione  di  so- 
spettarlo anche  di  Tommaso,  aperto  nemico.  Pure  negli 
ultimi  mesi  del  1240,  durante  l'assedio  di  Faenza  sarà 
successo  qualche  cosa  che  noi  non  sappiamo,  saranno 
sorti  forse  sospetti  che  anche  il  fratello  di  Amedeo  in 
fine,  dopo  aver  cessate  le  ostilità,  si  mettesse  dalla 
parte  di  [Federico.  Ugo  di  Saint  Gire  rammenta  ad 
entrambi  la  morte  del  congiunto,  e  questo,  secondo  lui, 
deve  bastare,  perché  né  Fiandre  né  Savoia  aiutino  quel 
cattivo  soggetto. 

Cosi  siamo  arrivati  alla  fine  del  serventese.  Secondo 
tutte  le  probabilità,  esso  cade  precisamente  tra  la  fine 

1  In  Ber.  Britan.  Script.  II,  427. 

2  Ibid. 

3  Matthaeus  Paris,  1»  ediz.,  pag.  473. 


14  UN   SERYENTESE   DI   UGO   DI   SAINT   CIRC 

del  1240  e  il  jDriDcipio  del  seguente,  forse  non  oltre 
il  febbraio,  quando  Faenza  si  sosteneva  già  da  un 
pezzo,  rinchiusa  nella  città  di  legno  che  Federico  nel- 
l'ottobre le  avea  fatta  costruire  all'intorno;^  Kaimon- 
do  VII  non  avea  ancora  apertamente  lasciato  Federico, 
ciò  che  fece  il  1*^  di  marzo;  e  Tommaso  di  Savoia 
smesse  da  qualche  tempo  le  ostilità.  E  se  è  permesso 
di  circoscrivere  ancor  più  questa  data,  pensiamo  che 
il  serventese  fu  scritto  nel  novembre  del  1240,  quando 
inchinando  i  difensori  di  Faenza  alla  resa,  da  ogni 
parte  s'insinuavano  messaggi  del  papa,  sotto  le  spo- 
glie di  frati  questuanti,  incoraggiandoli  efficacemente 
alla  resistenza.  ^  E  che  anche  il  serventese  di  Ugo  sia 
penetrato  ad  infiammare  gli  animi  degli  assediati,  è 
cosa  molto  probabile. 

Il  serventese  trovasi  nella  prima  parte  del  codice 
Estense  (D),  ^  e  in  due  codici  parigini,  l'uno  il  prezioso 
856,  già  7226  (C),  e  l'altro  il  22543,  La  Yallière  14,  già 
2701  (E),  cfr.  Bartsch,  Grundriss,  457,  42.  Il  Millot  ne 
dette  una  versione,  di  cui  si  giovò  il  Diez,  non  cono- 
scendone alcun  testo,  quando  pubblicò  Le  vite  e  le  opere 
de'  trovatori.  Il  Raynouard,  Lexique  Roman,  I,  417, 
lo  pubblicò  la  prima  volta  sui  due  mss.  parigini,  ma 
seguendo  a  preferenza  il  primo;  e  questo  testo  ripro- 
dusse con  lievi  alterazioni  il  Mahn,  Werke  der  Trou- 
hadours,  II,  151.  Noi  lo  ripubblichiamo  su  tutt'  e  tre 
i  codici,  purgando  cosi  il  testo  anteriore  dai  frequenti 
italianismi  ortografici  dell'estense. 

1  SCHIEKMACHEK,  1.  C.  pag.  169. 

2  SCHIRRMACHEK,  1.  C.  pag.  170. 

3  Ce  ne  fu  data  copia  insieme  ad  altri  testi  dell'  Estense,  dalla 
gentilezza  del  Dott.  Giuseppe  Vandelli,  modenese,  già  alunno  del- 
l'Istituto  fiorentino  di  Studi  Superiori.  Gliene  rendiamo  nuove 
srrazie. 


UN   SERVENTESE   DI   UGO   DI   SAINT  CIRC  15 

Eispetto  alla  sua  fattura,  esso  si  compone  di  sei 
strofe  monorime  di  otto  versi  e  di  altri  due  versi  di 
congedo.  Le  strofe  sono  le  cosi  dette  cohlas  capfini- 
das,  perché  ognuna  comincia  con  l'ultima  parola  della 
strofa  precedente.^  I  versi  sono  dodecasillabi,  alessan- 
drini, con  la  solita  cesura,  qualclie  volta  femminile,  al 
mezzo  :  metro  piuttosto  frequente  nei  serventesi  e  nelle 
coble  di  questo  periodo,  quanto  scarso  era  prima. 

È  detto  nel  primo  verso  che  il  serventese  è  fatto 
en  aqttest  son  cVen  Qui  ;  si  tratta  di  una  poesia  di  Gui 
de  Cavaillon.  Tra  le  poche  poesie  pervenuteci  di  que- 
sto trovatore,  abbiamo  una  tenzone  con  Peire  Bremon. 
Questi  dice  :  Un  vers  voill  comenzar  el  son  de  set  Gui, 
Pois  Guis  m'a  dit  mal  eu  lo  dirai  autressi;  e  Grui  ri- 
sponde: Ben  avet2  auzit  qu'en  Bicas  Novas  ditz  de  mi; 
vedi  Herrig,  Arch.  34,  410  sg.,  e  Monaci,  Studj  di  fil. 
rom.  V,  532.  Tra  le  poesie  di  Gui  deve  essercene  dun- 
que stata  una,  non  pervenutaci,  nel  medesimo  metro 
di  queste,  ^  e  monorima  come  esse,  da  cui  Peire  Bre- 
mon avrebbe  preso  occasione  al  suo  vers.  Nello  stesso 
suono  avrebbe  Ugo  di  Saint  Gire  composto  il  serven- 
tese, come  ebbe  osservato  già  il  Bartsch  in  una  giunta 
alla  seconda  edizione  della  Poesie  der  Trouhadours 
del  Diez,  p.  75  sg.   Non  fa  difficoltà  che  le  coble  di 


1  Su  di  ciò  vedi  Bartsch,  in  Jahrbuch  fùr  romanische  und 
englische  Literatur,  I,  181;  e  Levy,  Buppl.  Wòrterbuch,  I,  205. 

2  Veramente  la  lezione  dei  versi  qui  citati  è  corrotta,  cosic- 
ché Talessandrino  non  si  vede  più;  i  versi  seguenti  però  sono  di 
misura  giusta;  cosi  il  terzo  della  prima  cobla,  Qu'en  son  alberc 
rmihet  Baimon  de  Saint  Marti,  ecc.  Più  innanzi  diciamo  che 
queste  coble  son  di  quattordici  versi  l'una;  più  esattamente,  la 
prima  è  di  tredici;  potrei  da  ciò  lasciarmi  trarre  a  dire  che  que- 
sta disuguaglianza  nel  numero  de'  versi  sia  a  favor  della  mia 
potesi;  ma  è  probabile    che   sia   caduto  un  verso  nella  prima;  e 


16  UN   SERVENTESE   DI  UGO  DI   SAINT  CIEC 


Peire  Bremon  e  di  Gui  sieno  di  quattordici  versi  Tima, 
0  che  la  poesia  perduta  potesse  avere  più  coble  e  ancor 
più  lunghe.  Ugo  non  ha  preso  altro  che  il  suono,  e 
ognuno  di  questi  versi  lunghi  sta  da  sé.  Si  ricordi  a 
tal  proposito  che  Guglielmo  di  Tudela  fa  la  sua  canzo- 
ne degli  Albigesi  con  lo  stesso  metro  e  nel  suono,  dice 
egli  stesso,  della  canzone  di  Antiochia  ;  ma,  com'  è  na- 
turale, il  numero  di  versi  di  ciascuna  serie  non  ne  è 
punto  vincolato. 

Un  sirventes  vuelh  faire  en  aquest  son  d'en  Gui, 
que  farai  a  Faiensa  mandar  an  Guillemi, 
et  al  comte  Gui  Guerra,  en  Miquel  Morezi, 

4     et  an  Bernart  de  Pose  et  a  sier  Ugoli, 
et  als  autres  que  son  lains  de  lor  vesi; 
e  sapchan,  com  e' a  lor  de  laintre  esti, 
quel  ses,  el  noms,  el  pretz,  el  laus  c'om  de  lor  di, 

8     los  coronan  d'onor,  sol  fassan  bona  fi. 


1  C  sierventes  uelh  far,  D  vueill.  —  2  R  faray  ;  CU  fallensa, 
Z)  affaienza;  C  guillami,  D  guillelmi.  —  3  D  moresi.  —  4  jR  ber- 
iiat.  —  5  JR  layns;  C  fesi,  DE  fefi  (cfr.  Casini,  1.  e.  173  n.^  — 
6  C  cura  qualor,  D  con  (Casini  con  cai  or).  —  7  D  sens;  quom. 
—  8  CR  corona;  R  sol]  los. 


d'altra  parte,  lo  stato  del  testo  della  2''  è  cosi  guasto  da  esigere 
ogni  riserbo.  —  Alle  stesse  mie  conclusioni  sul  son  cVen  Gui  per- 
veniva contemporaneamente  O.  Schultz,  Zeitschr.  f.  rom.  Pliil.  IX, 
128,  nei  copiosi  appunti  per  la  biografia  di  Gui  de  Cavaillon  ;  e 
V.  ora  Archiv,  93,  125. 

Sul  testo  della  prima  edizione  di  questo  saggio  fu  ripubbli- 
cato il  serventese  da  E.  Monaci^  Testi  antichi  provenzali,  Roma, 
1889,  p.  88,  e  da  V.  Ceescini,  Manualetto  inovenzale,  1892-94, 
p.  139  sg.  Accurate  osservazioni  sul  testo  fece  E.  Levy,  in  una  re- 
censione in  Literaturhl.  VII,  331. 


UN   SERVENTESE   DI   UGO   DI    SAINT  CIRC  17 


Bona  fi  dell  ben  far,  e  Dieus  li  deu  far  be, 
qui  franquez'  e  dreitiira  e  la  gleiza  mante 
contra  ce!  que  non  a  en  Dieu  ni  en  leis  fé, 

12     ni  vida  apres  mort  ni  paradis  non  ere, 

e  ditz  c'om  es  niens  depueis  que  pert  Tale; 
e  crueltatz  l'a  tolta  pietat  e  merce, 
ni  tem  laida  fallii  da  faire  de  nuilla  re, 

16     e  totz  bos  fatz  deshonra  e  baiss'  e  descapte. 
Sii  chaptel  coms  Eaimons  gart  quen  fassa  son  prò, 
qu'eu  vi  quel  papal  tolc  Argens'  et  Avinho, 
e  Nemz'  e  Carpentras,  Vennasqu'  e  Cavalho, 

20     Uzetge  e  Melguer,  Rodes  e  Boazo, 
Tolzan  et  Agenes  e  Caortz  e  Grordo, 
en  mori  sos  conhatz,  lo  bons  reis  d'Arrago; 
e  s'el  torn'a  la  preza  per  aitai  ochaizo, 

24      encar  Ter  a  portar  el  man  l'autrui  falco. 
Lo  falcos,  fils  de  l'aigla,  quez  es  reÌ8  dels  Frances, 
sapcha  que  Frederics  a  promes  als  Engles 


9  CDR  fili  (cfr.  Levy,  Literaturbl   VII,  col  132);  C  dieu. 

—  10  J)  que;  B  franquese,  C  franquezae;  R  dreytura  e  la  gleyza, 
D  glieiza.  -—  Il  C  selli  ;  D  deu;  J?  lei  ;  C  [fé]  se.  —  12  C  manca  il 
secondo  emistichio.  —  13  i?  niens  despueis,  C  manca,  e  cosi 
V  ultima  sillaba  del  verso.  —  14  C  ta  pietat  e  manca.  —  15  JR 
layda,  fayre  ;  in  C  è  rimasto  solo  faillida  fa.  —  16  Z)  toz  bons, 
JR  bons  fayhz  desonra;  E  baysse  descapte;  C  del  primo  emisti- 
chio rimangono  tz  bos  faig  de,  delV  ultimo  un  e  finale.  —  17  C 
rimasto  Sii  chapte  . .  .  nions  ga., .  ro;  D  fassan,  pron.  —  18  JK 
quieu;  DIÌ  e  auigno[n].  —  19  D  manca  per  intero;  R  manasce. 

—  20  JRhuzetie;  DR  boazon.  —  21  Caganes;  R  caors,  C  guordo. 

—  22  D  coiguaz,  C  coynhatz,  R  cunliatz  ;  R  bon  rey  daragon  ; 
C  rey  daraguo,  D  bon,  Aragou.  —  2S  R  presa,  occayzo,  D  ocaizo; 

—  24  Z)  lora  portar  {onde  Casini  traduce:  «  di  nuovo  ancora  lo 
mandi  portar  l'altrui  falcone  »,  che  non  ha  senso);  DR  altrui, 
C  autruy  ;  D  falcon  —  25  D  falcons  ;  C  filh  ;  R  que  ;  C  reys.  —  26  (7 
fredericx,  R  Fredri  con  un  e  sul  secondo  r. 


Z1N6ARELL1 


18  UN   SERVENTESE   DI   UGO   DI   SAINT   CIRC 

qu'el  lor  rendra  Bretanlia,  Anjou  e  Toarces, 

28     e  Peitau  e  Saintonge,  Lemoge  et  Engolmes, 
Toroinn'  e  Normandia  e  Guien'  el  Paes, 
en  venjara  Tolzan,  Bezers  e  Carcasses: 
doncs  bezonha  que  Fransa  mantenha  Milanes 

32     e  n'  Albaric  que  tolc  que  lai  passatz  non  es. 
Passatz  lai  fora  ben  s'el  n'agues  lo  poder; 
que  de  ren  als  non  a  dezirier  ni  voler, 
mas  com  Frans'  e  la  gleiza  el  pogues  decazer, 

36     e  la  soa  crezensa  e  sa  lei  far  tener; 
doncs  la  gleiza  el  reis  i  devon  pervezer 
quens  manden  la  crozada  ens  venhan  mantener  : 
et  anem  lai  en  Polha  lo  rogne  conquerer, 

40     car  cel  qu'  en  Dieu  non  ere  non  deu  terra  tener. 
Ges  Flandres  ni  Savoya  noi  devon  mantener, 

42     tan  lor  deu  de  Fcleg  de  Valensa  doler. 


27  R  Quìi  lui*  uendra,  CDB  aniou.  —  28  C  sayntonge,  D  san- 
tonie,  B  sàt  òge;  D  [liraonge,  B  lemoties.  —  29  (7  tolòme,  B  to- 
tonje,  2)  totoinne  (cfr.  Annotazioni)]  C  guiansel.  —  30  D  besers, 
Carcassers.  —  31  D  besoigna;  B  a  fràsa  mantegn,  D  Franzia 
manteingna.  —  S2  B  lay.  —  33  C  silh  —  34  D  dezerier,  B  des- 
—  35  (7  cum  franssela  gleyza;  il  resto  del  verso  e  tutto  il  36  e  il 
primo  emistichio  del  37  mancano;  B  mas  o,  D  frange,  al  quale 
manca  pure  il  resto  del  verso  e  tutto  il  36.  —  37  i?  don  la  gleyza 
el  rey;  C  hi  denhon.  —  38  C  mandon,  JR  mande;  D  veignan.  — 
39  JR  lay;  C  polla,  D  poilla;  —  40  C  quar  selh,  D  sei.  —  41  D 
sauoia;  B  deuo;  —  42  tant  D;  GB  elieg. 


UN    SERVENTESE   DI   UGO    DI   SAINT   CIRC  19 


ANNOTAZIONI  AL  SERVENTESE 


2.  Faiensa,  Faenza.  L' i  mediano  sta  qui  a  levar  l' iato  pro- 
dottosi dalla  scomparsa  di  v.  Il  francese  faience,  majolica,  è  in 
origine  Faenza,  e  ci  conserva  dunque  questo  i.  Pure,  in  Donata 
proensals^  ed.  Stengel,  52,  9  faentis,  faventinus. 

4.  Sier,  cioè  ser,  titolo  specialmente  de'  notai,  cora'  è  noto;  ma 
che  si  trova  anche  dato  ad  altri,  come:  «  un  mercadier  de  Genoa 
que  ac  nora  sier  Amfos  »  (biograf.  di  Folchetto  di  Marsiglia)  ;  «  sìer 
Peire  de  Fraisse,  vuelh  jutje  notre  dig  »  (Guiraut  Riquier,  Aras 
s'esfors);  tutti  e  due,  insieme  col  nostro,  citati  dallo  Stimming, 
Beri.  d.  Born,  nota  al  num.  4.  Può  aggiungersi  :  «  un  vers  vuelh 
comensar  el  son  de  ser  Gui  »  (Peire  Bremon).  In  una  cobla  di 
Ugo  di  Saint  Gire,  Antan  fets  cobla  d'una  bordeliera,  Amerigo 
di  Pegulhan  è  chiamato  Ser  Aimeric;  stampata  ora  in  Witthoeft, 
Sirventes  joglaresc,  73.  Non  era  un  notajo  il  ser  Ardigons  (Albric 
[da  Romano])  in  Suchier,  Denkmàler  I,  320,  né  un  giurista,  come 
vorrebbe  il  Casini,  1.  e.  163,  il  quale  ha  ricordato  anzi  che  Ardi- 
gons fu  podestà  di  Padova  il  1233.  Lo  Stimming,  1.  e,  ha  pure  «  lo 
sier  Salamos  que  tant  fon  sapiens  »,  Peire  de  Corbiac,  Tesaur, 
386  ;  ma  questa  lezione  è  giustamente  sospetta  al  prof.  Tobler, 
anche  per  la  ragione  che  è  strano  quel  titolo  di  sier  preceduto  dal- 
l'articolo :  sarà  da  leggere  lo  reis  Salamos,  come  vuole  il  Toblef; 
e  in  quanto  al  sier  dei  nostri  esempi,  ritenerlo,  con  lo  Schultz,  un 
italianismo,  messier. 

5.  vesi,  vicini.  Contrariamente  alle  sibilline  lezioni  dei  codici 
ho  adottato  vesi;  che  se  non  si  spiega  con  le  ragioni  paleografiche, 
va  benissimo  per  il  senso,  ed  ha  il  consenso  del  prof.  Tobler. 
Il  verso  va  dunque  interpretato:  «ed  agli  altri  loro  cittadini  là 
d  entro  »,  perché  qui  vesi  risponde  al  nostro  antico  vicino,  citta- 
dino. Il  Levy,  1.  e.  propose  fé  fi,  che  piacque  anche  al  Gaspary, 
Zeitschr.,  XI,  274  (1888),  e  fu  spiegato  «  fermi  nella  lor  fede  »  ;  ma 
è  un  costrutto  forzato.  Nelle  coble  che  si  scambiano  Peire  Bre- 
mon e  Gui  de  Cavaillon,  Un  vers  vueill  comensar  el  son  de  ser 
Gui,  appunto  vi  è  veisi  in  rima  nello  stesso  significato. 

8.  sol  fassan,  sol  que  f.,  cfr.  it.  sol  che,  e  Diez,  Gr.  DI,  358. 


20  UN   SERVENTESE   DI   UGO  DI   SAINT  CIRC 

10.  franqueza;  potrebbe  intendersi  franchigia,  libertà^  come 
in  Bartsch,  Chr.^  99,37  ;  e  cosi  dreitura  per  giustizia,  Donatz 
proensals,  ed.  Stengel  6,  15.  Ma  qui  Ugo  loda  lo  spirito  caval- 
leresco de'  difensori  di  Faenza,  e  secondo  l' uso  generale  in- 
tenderemo franqueza,  lealtà,  generosità  (  cfr.  francs,  curialis  , 
Donatz  proens.  3,  35),  e  dreitura,  rettitudine.  E  a  proposito 
il  seguente  esempio  dal  pìanli  di  Daspol  per  san  Luigi,  P.  Meyer, 
Les  derniers  trouhadours,  im  Bibl.  d.  Vécole  d.  Chart.,  XXX,  285: 
«  Quel  era  francs  e  fìs  et  amoros,  E  lials  reys  e  drechuriers  e 
pros  ».  Insomma  franqueza  e  dreitura  non  sono  ideali  sociali  qui, 
ma  qualità  cavalleresche.  —  E  cosi  quest'  unione  «  qui  franqueza 
o  dreitura  e  la  gleisa  mante  »  ricorda  Aimeric  de  Pegulhan,  Mahn, 
Ged.  83:  «Lo  pros  Guillems  Malespina  soste  Don  e  dompnei  e 
cortesia  e  me  ». 

15.  faiUida  ;  falhir,  delinquere,  in  Donatz  proens.  37,  11  e 
53,  21. 

16.  coms  Baimons.  Anche  Bordello  accenna  alle  perdite  di 
Raimondo  VII  nel  planh  per  Blacatz:  «  al  conte  di  Tolosa  è  uopo 
che  ben  ne  mangi,  se  gli  sovviene  ciò  che  possedette  di  già  e  ciò 
che  possiede  »  ! 

18.  quel  papal  tolc.  Similmente,  Gui  de  Cavalho  nella  ten- 
zone con  Raimondo  VII  gli  domanda  s'egli  aspetta  le  grazie  del 
papa  0  vuol  riconquistare  da  sé  i  domini  perduti;  Herrig,  Archiv. 
34,  407,  e  Torraca,  Sul  «  Pro  Bordello  »,  p,  41  sgg.  —  Argens',  Ar- 
gence,  sulla  riva  destra  del  Rodano  presso  Beaucaire:  cfr.  Meyer, 
in  Romania  XV  (1886),  p.  457,  che  rimanda  a  Chanson  d.  la  Croi- 
sade,  y.  3714,  e  indice  del  voi.  II  ;  e  Schultz,  in  Archiv,  93, 130. 
Raimondo  nel  31  maggio  1241,  dopo  cioè  che  fu  scritto  il  serven- 
tese,  riceve  l'investitura  della  terra  di  Argence;  cfr.  Hist.  ge'n.  de 
Languedoc,  1^  ediz.,  m,  425. 

19.  Nemz\  cioè  Nemze,  Nìmes,  lat.  Nemausus,  dipart..  del  Gard. 
Nel  1229  si  sottomise  al  re  di  Francia  e  non  tornò  più  al  conte 
di  Tolosa,  cfr.  Hist.  gén.  d.  Langu.  Ili,  355.  —  Carpentras,  di- 
part.  di  Vaucluse,  fa  omaggio  a  Raimondo  il  15  maggio  1239; 
Hist.  gén.  d.  Langu.  Ili,  339  sg.  —  Vennasriue,  lat.  Vindascium 
ora  borgo  del  dipartimento  di  Vaucluse,  già  capoluogo  del  con- 
tado di  Venaissin,  prov.  Venaici,  conceduto  da  Innocenzo  III  a 
Raimondo  VII  nel  concilio  lateranense  con  Argence  e  Beaucaire, 
Chanson,  vv.  3713  sgg.  —  Cavaillon,  dipart.  di  Vaucluse,  arron- 
diss.  Avignou;  apparteneva  anch'esso  alla  contea  di  Venaissin, 
quindi  segui  la  sorte  di  Carpentras. 


UN   SERVENTESE   DI   UGO  DI   SAINT  CiRC  21 

20.  Uzetge,  Uzés  (Ucetia),  dìpart.  del  Gard,  riunita  alla  co- 
rona di  Francia  nel  trattato  del  1229;  Hist.  gén.  d.  Langu.  Ili, 
375.  —  Melguer,  1.  med.  Melgorius,  Melgueil,  ripresa  da  Rai- 
mondo VII  il  1223,  Hist.  gén.  de  Langu.  Ili,  334.  —  Eodes,  di- 
part.  Aveyron  (già  prov.  Roiiergue),  riacquistata  da  Raimondo  il 
1228;  Hist.  gén.  de  Langu.  Ili,  369.  —  Boazon,  Boissezon,  lat. 
med.  Boisazone,  castello  nell'Albigese,  preso  nel  maggio  del  1221; 
Hist.  gén.  d.  Langu.  Ili,  preuves  111.  Non  conosco  altro  passo 
di  autore  provenzale  in  cui  trovisi  la  forma  Boazo,  che  di  regola 
è  Boisazo,  Bosazo;  e  forse  dunque  sarà  da  correggere  il  nostro 
testo.  Thomas,  in  Dictionnaire  tO'pograpMque  de  rHérault,  regi- 
strando questo  castello  Boissezon,  che  è  propriamente  nel  comune 
di  Vieussan,  cantone  di  Olargues,  arrondiss.  Saint  Pons,  non  dà 
nessuna  forma  antica.  Ricorre  però  oltre  che  al  luogo  citato  qui 
sii,  anche  nella  biografia  di  Raimon  di  Miraval.  Esso  è  diverso 
dall'altro  castello,  nello  stesso  dipartimento,  Boisseron;  che  pur 
deriva  da  Boisedono,  Buxodone,  e  che  perciò  poteva  darci  anche 
la  forma  Boissezon;  cfr.  P.  Meyee,  in  Bomania,  IV,  189. 

21.  Tolzan,  contea  di  Tolosa,  ritorna  a  Raimondo  il  1229;  Hist. 
Ili,  371.  —  Agenes,  Agenois,  nella  Guienne,  ricuperata  già  nel 
1229  ;  Hist.  Ili,  preuves  329  sgg.  —  Caortz,  Cahors,  capitale  del 
Querci.  La  città  di  Cahors  rimase  al  re  di  Francia,  mentre  il 
Querci  fu  reso  a  Raimondo;  Hist.  III,  371,  376,  pre^6^;es  329  segg. 
—  Gordo,  Gordon,  castello  nel  Querci. 

22.  Pietro  II  morto  il  1213  alla  battaglia  di  Muret;  cognato 
cosi  di  Raimondo  VII  come  del  padre  Raimondo  VI,  per  la  qual 
cosa  il  DiEZ  potè  mettere  il  serventese  prima  del  1217;  cfr.  Ga- 
SPABY,  1.  e.  —  Lo  hos  reis  è  chiamato  Pietro  II  nella  canzone  degli 
Albigesi  ;  le  diverse  redazioni  della  biografia  provenzale  di  Ugo 
di  Saint  Gire  ci  dicono   ch'egli  fu  presso  il  re  Pietro  d'Aragona. 

23.  E  s^el  torn'a  la  preza,  se,  cioè,  un'altra  volta  vorrà  ri- 
prendere il  perduto,  profittando  di  questa  occasione:  allusione  alla 
guerra  contro  Berengario  IV  conte  di  Provenza,  della  quale  Fe- 
derico avea  incaricato  Raimondo. 

24.  el  man  ;  di  man  usato  come  maschile  altri  esempi  presso 
Stimming,  Bertran  de  Born,  1^  ediz.  Anmekg.,  254. 

25.  Lo  falcons  ecc.  Non  pare  si  abbia  in  queste  parole  alcuna 
reale  allusione  storica.  Certo  san  Luigi  era  un  re  valoroso,  e  a 
sua  madre,  Bianca,  sotto  la  cui  reggenza  egli  stette  negli  anni  di 
minorità,  l'appellativo  di  aquila  potrebbe  star  bene,  come  al  suo 
sposo  Luigi  Vili  stava  bene  quello  di  Leeone;  ma  io  qui  non  so 


22  UN   SERVENTESE   DI   UGO   DI   SAINT   CIEC 

vedervi  altro  che  soggettive  allusioni  del  poeta;  a  cui  ha  contri- 
buito il  falco  della  strofa  precedente,  che  ora  gli  occorreva  per  co- 
minciare la  seguente. 

27.  Toarces,  il  paese  di  Toartz.  È  l'attuale  Touars,  nel  dipar- 
timento delle  Deux-Sèvres,  viscontea  nel  Poitou. 

29.  Toroinn'  ;  è  l'odierna  Touraine,  che  nel  lat.  med.  è  Tu- 
ronia,  Turoina.  Questa  lezione  dobbiamo  al  prof.  Tobler;  ed 
è  incontestabilmente  T originaria:  il  Casini  anzi  ha  letto  nel- 
l'estense proprio  Toroinne.  L'aver  scambiato  r  con?  ha  originato 
il  Toìonf  del  copista  di  R.,  che  è  uno  sbaglio  elevato  a  terza  po- 
tenza, e  la  fusione  di  n  con  i  il  tolome  di  C.  Si  sa  che  la  Tou- 
raine è  tra  le  province  tolte  da  Filippo  Augusto  al  dominio  de- 
gl'Inglesi sino  dal  1204. 

—  Paes,  il  Pays-Chartain,  nella  Francia  centrale,  capit.  Char- 
tres. 

30.  Accenna  alle  stragi  avvenute  in  questi  luoghi  per  opera 
de' Francesi,  nella  crociata  contro  gli  Albigesi. 

32.  Albaric.  Alberico  da  Romano  è  nominato  da  Ugo  anche 
nel  serventese  «  Messonget  un  sirventes  »,  Mahn,  Werìce,  II,  150, 
ed  ora  Witthoeft,  Sirventes  joglaresc,  p.  54.  Si  è  già  ricordata 
la  cohla  con  cui  Ugo  fa  una  domanda  ad  Alberico,  con  la  risposta 
di  quest'  ultimo,  presso  Suchier,  Denìcmàler,  I,  320  ;  ne  toccò  il 
Grober,  in  B0H3IER,  Bomanische  Studien  2,  495,  e  il  Casini  1. 
e.  162  sg.  :  V.  anche  De  Lollts,  Sordelìo,  p.  13  n.  La  corrispon- 
denza scherzosa  è  segno  di  certa  intimità. 

35.  decazeì\  avvilire,  far  decadere.  Il  neutro  decader,  descaeer 
ha  preso  significato  causativo,  fattitivo.  Cosi  nel  pugliese  scadere. 
Un  altro  esempio  in  Sordello,  donas  dechaser,  ed.  De  Lollis. 
p.  Vili  (p.  161  e  269).  Inoltre  Aimeric  de  Pegulhan,  A  leis  de  fol 
camjador  :  Pueis  tan  pueinh  en  mi  eys  decazer.  Albertetz,  En 
un  sonet  gai  e  ìeugier:  Adonx  vos  pensson  dechazer.  Un  solo 
esempio  di  Gui  de  Capdoill  ne  dà  il  Raynouaed,  Lex.  Bom.  II  s. 
cazer.  Anche  nella  biografia  di  Ugo  si  dice  che  con  le  sue  rime 
«  ben  sap  levar  las  soas  dompnas  e  ben  decazer  ». 

34.  desirier  ni  voler  tornano  spesso  accoppiati,  similmente  ad 
altre  note  ripetizioni  quasi  tautologiche,  come  sen  e  saher,  planhs  e 
plors  ecc.  In  questa  stessa  poesia  posson  citarsi  anche,  non  come 
equivalenti  alle  prime,  ma  dello  stesso  conio,  dovute  alla  mede- 
sima tendenza,  sens  e  noms,  pretz  e  laiis,  pietat  e  merce,  fran- 
quez'  e  dreitura,  baiss''  e  descapte. 

42.  eleg,  non  frequente  perfetto  forte,  invece  di  elest,  elegit,  eie- 


UN   SERVENTESE   DI   UGO   DI   SAINT   CIRC  23 

gut,  da  elegir  ecc.,  come  riduzione  provenzale  dell'  ecclesiastico 
electus  s' incontra  altre  volte.  In  R  e  C  la  forma  dittongata  elieg 
è  regolarmente  per  è. 

33-42.  Da  questa  ultima  strofa  si  vede  con  quanto  fervore  Ugo 
abbracciasse  la  causa  delle  città  nemiche  dell'  Imperatore  :  egli  è 
qui  animato  dal  guelfismo  più  schietto,  e  con  tanta  passione  che 
i  suoi  versi  ci  paiono  belli,  non  indegni  di  altri,  assai  più  grandi, 
trovatori.  Ci  è  qualche  cosa  di  originale  nell'intera  poesia,  che 
si  riflette  anche  nella  forma:  il  congedo,  per  esempio,  è  al  prin- 
cipio, e  nella  tornada  si  continua  invece  l'argomento;  e  poi  una 
certa  intonazione  epica,  una  robustezza  sempre  sensibile,  quella 
fede,  forte  e  tenace  nella  sua  grettezza,  a  cui  si  unisce  la  schietta 
espressione  popolare,  fanno  di  questo  serventese  la  più  bella  poe- 
sia che  abbia  composta  Ugo  di  Saint  Gire,  il  quale  tanto  si  dilettò 
di  poetare  a  freddo. 


PER  UN  «  DESCORT  > 
DI  AMERIGO  DI  PEGUGLIANO 


Amerigo  di  Pegugliano  ci  ha  lasciato  un  compo- 
nimento lirico  Qui  la  ve  en  ditz,  che  al  Diez  parve 
singolare  per  la  lunghezza  delle  stanze,  e  degno  di 
apparire  tra  i  pochissimi  testi  che  egli  stampò  in  ap- 
pendice al  suo  aureo  libro  Die  Poesie  der  Trouha- 
doiirs.  Già  solo  per  una  tal  distinzione  lo  studioso 
è  costretto  a  fermarvisi;  ma  per  gl'Italiani  quella  poe- 
sia ha  anche  un  altro  interesse,  essendo  quasi  certa- 
mente scritta  in  Italia  per  una  gentildonna  del  nostro 
gran  mondo  feudale.  Sarà  utile  darla  qui  subito  tra- 
dotta, perché  la  si  giudichi  meglio,  e  se  ne  possa  trat- 
tare più  agevolmente. 

«  Chi  la  vede  ne  dice  :  Dopo  che  Dio  mise  tanti  beni 
in  madonna  Beatrice,  non  vi  si  trova  punto  mercé; 
perché  è  cosi  ben  formato  il  suo  leggiadro  cortese 
corpo,  che  sarà  gioia  mancata  se  non  l'avesse.  Il  suo 
dolce  sguardo  lucente,  cordiale,  fiore  dei  più  nobili, 
renderebbe  letizia  nei  cari  discorsi,  tanta  dolcezza  vi  è; 
poiché  Kalto  onor  suo,  che  si  è  innalzato  più  dello  stesso 
onore,  piace,  e  il  contegno  grazioso  :  non  mi  è  cosi  caro 

1  Un  deseorU  di  Aimeric  de  Pegulhan,  Ferrara,  A.  Taddei 
e  F.,  1890;  per  nozze  Mattioli-De  Alberti;  in  8^  pp.  9-24. 


26  PER   UN   «  DE  SCORI  » 


il  ricever  dono.  Se  ubbidissi  al  mio  cuore,  ne  direi  tanto 
cantando  di  lei,  che  mi  diverrebbe  nemica  la  bella, 
che  adoro  amando.  Che  mi  varrebbe  se  io  perdessi 
colei  che  amo  cosi  lealmente?  che  io  ne  riceverei  sca- 
pito con  gran  danno  nella  mia  amica. 

«  Non  nacque  mai  di  nessuna  gente  alcuno  che 
amasse  cosi  fedelmente  senza  esser  riamato;  son  folle 
poiché  non  attendo  piacere  e  non  ne  ricevo  grazie,  e 
nel  mio  errore  so  che  sono  savio.  Ne  vorrei  pace  ed 
accordo  pieno,  tanto  sono  afflitto,  meschino  e  senza  nes- 
suno svago;  ne  ha  gran  torto  la  sua  persona,  perché 
in  luogo  di  conforto  io  tengo  nel  cuore  tutt'  e  due  gli 
occhi  suoi:  ecco  il  sollievo;  ucciso  mi  hanno  le  sue 
belle  risposte.  Che  mi  fé'  sembiante  di  amore  quando 
vidi  il  suo  fino  e  leggiadro  corpo,  e  senza  lancia  dar- 
deggia il  suo  occhio;  ma  non  sorride  a  me,  e  non  vuole 
che  io  la  onori,  né  m' incoraggia,  anzi  mi  rimuove  da 
sé:  senza  dubbio  si  scema  il  suo  pregio,  perché  mi 
uccide  essendole  cosi  devoto. 

«  Poiché  mi  ha  tutto  conquiso,  che  non  devio  punto 
da  lei,  cui  son  dedito,  e  non  mi  pasco  mai  di  altro, 
e  perché  il  suo  fin  pregio  è  raggio  dei  più  veraci,  vo- 
glia e  soffra  (ciò  che  sarebbe  fastidioso  pei  vili),  che 
col  piacer  suo,  per  far  dispetto  a  loro,  mi  dia  luogo 
ed  agio  solo  di  pregarla:  non  vorrei  allora  ottenere 
che  un'altra  mi  coricasse  con  sé,  né  proprio  giacer 
con  lei  e  che  ella  mi  baciasse.  Se  io  le  sono  amante 
senza  sottrarmi,  e  cosi  leale,  non  posso  far  poco  o  punto 
altra  cosa,  tanto  le  sono  servo  :  perché  non  sono  verso 
lei  mutevole  né  ingannatore,  né  falso  e  vile,  mi  pare, 
affe'mia,  che  me  n'  è  un  male  più  pungente. 

«  E  la  più  bella  di  sotto  il  cielo  pei  buoni  e  pei 
cattivi:  perché  è  del  soffrire  causa  l'onore,  e  il  primato 
salvo  ». 


DI  AMERIGO  DI   PEGUGLIANO  27 


Prima  la  lode  della  dama,  alla  quale  non  manca 
nulla  se  non  mercé,  la  virtù  di  rimeritare  l'amore  sup- 
plichevole dell'amante;  poi  l'afflizione  disperata  del 
poeta,  che  non  può  aver  da  lei  mai  un  sorriso,  mai 
una  promessa,  ed  anzi  è  respinto;  finalmente  la  ri- 
chiesta, umile,  che  gradisca  almeno  la  sua  preghiera, 
si  degni  di  porgergli  ascolto,  a  dispetto  della  gente 
noiosa  e  vile.  Sicché,  in  complesso,  è  un  canto  di  un 
amante  sfortunato,  che  non  cede  alle  ripulse,  per  esser 
troppo  invaghito  delle  bellezze  della  dama,  e  troppo 
a  lei  devoto. 

Chi  è  questa  signora  col  fatai  nome  di  Beatrice,  cosi 
arduo  per  gli  studiosi  dei  nostri  poeti  medioevali,  da 
Eambaldo  di  Vaqueiras  all'Alighieri?  Il  Cavedoni  as- 
serì che  fosse  Beatrice  d'Este.  ^  E  infatti  Amerigo  loda 
frequentemente  una  Beatrice  d'Este.  Nella  canzone 
Fer  solatz  d'autriii  chant  soven^  dedica  il  primo  com- 
miatb  a  Guglielmo  Malaspina,  il  secondo  a  lei: 

Bels  Peragon,  cum  hom  plus  soven  ve 
na  Biatritz  d'Est,  plus  li  voi  de  be; 

salvo  che  i  mss.  parigini  854  (I),  con  la  sua  copia  (K), 
e  22543  (E)  escludono  questi  ultimi  versi,  e  il  Lauren- 
ziano  XLI,  42  (P)  non  dà  nessuna   tornada.  Ad  una 


1  Celestino  Cavedoni,  Delle  accoglienze  e  degli  onori  che 
ebbero  l  trovatori  'provenzali  alla  corte  dei  Marchesi  d-  Este  nel 
secolo  XIII,  in  3Iemorie  d.  E.  Accademia  di  Scienze,  Lettere 
ed  Arti  di  Modena,  t.  II,  Modena,  1858,  p.  278. 

2  Bartsoh,  Grundriss  d.  prou.  liti.,  nr.  10,  41  dell' indice;  è 
stampata  inoltre  da  De  Lollis,  in  Studj  di  filol.  rom.  iii,  417  (se- 
condo A),  Stengel,  JBlumenlese  der  Chigiana,  Marburg,  1878  p.  20 
(F),  in  Heerig,  Arch.  far  d.  Stud.  d.  neur.  Sprach.,  49,  p.  77 
(P),  da  M.  Pelaez,  in  Studj  vii,  332  (e).  La  lezione  inedita  dei 
codici  parigini  ho  conosciuta  io  stesso  per  questo  e  per  tutti  gli 


28  PER   UN   «  DESCORT  » 


Beatrice  manda  la  canz.  Ades  voi  de  Vaondansa  ^  col 
commiato: 

Na  Biatritz,  nous  sabria 
tant  lauzar  cous  covenria. 

Nuovamente  sta  questo  nome,  senza  d'Est,  con  quello 
di  Guglielmo  Malaspina  in  Atressim  pren  cum  fai  al 
jogador : ^ 

Na  Biatritz,  de  lo  ben  quen  vos  es 
fatz  melhurar  las  autras  ab  lor  bes; 

ma  nel  ms.  vaticano  5232  (A)  questo  secondo  congedo 
manca,  e  il  primo  manca  invece  ad  K.  Nella  canzone 
Longamen  m' a  trehalhat  e  malmes  ^  è  con  più  parole 
lodata  sola  secondo  i  parigini  856  (C),  12474  (M),  K, 
l'Estense  (D),  e  il  Cheltenhamiano  (N): 

Na  Biatritz  d'Est,  anc  plus  bella  fior 
del  vostre  temps  non^  trobei,  ni  melhor  ; 
tant  etz  bona,  e'  on  plus  lauzar  vos  vuelh, 
ades  i  trob  plus  de  be  qu'  eu  non  suelh  ; 

ma  secondo  A,  I,  K,  precederebbero  due  versi  anche 
per  Guglielmo  Malaspina,  e  il  ms.  parigino  Giraud, 
12472  (f),  ha  anzi  soltanto  questi  due,  senza  i  quattro 
per  Beatrice.  Anche  dopo  del  Malaspina  è  nella  can- 
zone Mantas  vetz  sui  enquerits,  ^  salvo  che  nei  mss. 


altri  testi  che  si  riferiranno  in  questo  saggio.  La  lezione  di  D  è 
data  dal  Cavedoni,  cit.  che  stampa  quasi  tutti  questi  commiati, 
p.  279-81. 

1  Bartsch,  Grundr.,  10,  2;  e  inoltre  in  Studj,  cit.,  p.  434  (A). 

2  Bartsch,  cit.,  10,  12,  e  Studj,  III,  422  (A),  e  VII,  327  (e), 
che  legge  na  Biatris  desi;  Stengel,  BlnmenL,  21  (F),  Archiv, 
49,  79  (P). 

3  Bartsch,  cit.,  10,  33,  e  Studj,  III,  419  (A),  Bìumenì.,  21  (F), 
Archiv,  49,  60  (P). 

*  Bartsch,  cit.,  10,  31,  e  Studj,  III  427  (A),  VII,  324  (e). 


4 


DI   AMERIGO  DI   PEGUGLIANO  29 

E,  e  Lanrenziani  XLI,  43  (U),  XC,  26  (e),  i  quali  hanno 
soltanto  la  prima  dedica: 

Na  Biatritz  d'Est,  l'enans 

de  vos  mi  platz  ques'fai  grans, 

e'  a  vos  lauzar  si  son  pres  tuich  li  bo, 

per  qu'  ieu  ab  vos  dauri  mon  vers  chanso.  ^ 

Nella  canz.  En  amor  trop  alques  en  quem  refraing  ^ 
sarebbe  unita  invece  con  Corrado  Malaspina  secondo 
A,  e  Toxfordiano,  Douce  269  (S),  certo  anche  secondo 
D  che  legge  Cora,  e  l'esemplare  di  I  K,  che  portano 
lo  dreg  covai  Malaspina  ;  ma  col  solito  Guglielmo  se- 
condo C,  e  sola  invece  secondo  M  R  U  e,  ^  ma  f  manca 
addirittura  di  commiato: 

Na  Biatritz  d'Est,  tant  est  fina  e  ferma 
quel  vostre  sens  nos  camja  nis  desferma, 
don  vostre  laus  si  melhura  e  s' aferma, 
e  puois  mos  chans  e  mos  digz  se  referma. 

La  bella  canzone  dialogata  Chantar  vueilh  —  per 
qe?  —  jam  platz,  contenuta  soltanto  in  e,  tutta  in 
lode  di  Beatrice  d' Este,  si  chiude  col  suo  nome  solo  :  ^ 


1  La  lezione  di  C  Na  heatritz  deh  enans  evidentemente  è 
guasta  ;  in  e  manca  d' JEst. 

2  Bartsch,  cit.,  10  21,  dove  ai  codici  è  da  aggiungere  il  fio- 
rentino palatino  776  F.  4,  cfr.  Stengel,  Hiv.  di  filol.  rom.  I,  24 
(J);  e  alle  stampe,  Studj, 111,4:^7  (A),  VII, 335  (e),  Blumenl,22  (F). 

3  O.  ScHULTZ-GoRA,  Le  epistole  del  trovatore  Mambaldo  di 
Vaqueiras,  trad.  ital.,  p.  166,  dice  che  il  cod.  M  ha  il  commiato 
a  Corrado:  ma  stando  a  Mahn,  Gedichte,  nr.  1193,  non  c'è:  del 
resto  egli  cita  solo  i  codd.  M  S. 

^  Pubblicata  da  C.  Appel,  prima  in  Bevue  des  langues  ro- 
manes  XXVIII,  poi  in  Poésies  provengales  inedites  tirées  des  ma- 
nusòrits  d'Italie,  Paris-Leipzig,  1898,  p.  33  sgg.;  ed  ora  in  Studj, 
VII,  333  (e). 


30  PER  UN   «  DESCORT  » 

Na  Beatrix,  cui  jois  guia, 
d'Est,  q' es  flors  de  las  gensors, 
e  meiller  de  las  meillors, 
meillura  tota  dia. 

Infine  Amerigo  la  chiama  arbitra  in  una  tenzone 
con  Alberto,  o  messer  Alberto,  cioè  Alberto  di  Sestaron, 
per  decidere  se  sia  da  preferire  una  donna  che  vi  ac- 
cordi i  suoi  piaceri  senza  amarvi,  od  una  che  non  vi 
dia  nulla,  ma  vi  ami:  ^ 

N'Albertz,  car  es  de  beuta tz  rais 

na  Biatritz  d'Est,  on  pretz  nais, 

voill  d'aquest  plaig  juge  so  ques  coveingna; 

mas  eu  ere  ben  que  ma  razon  manteingna. 

Dal  canto  suo  Alberto  si  appella  a  madonna  Emilia 
di  Kavenna,  la  moglie  di  Pietro  Traversari.^ 

Secondo  il  codice  vaticano  3208  (0)  si  troverebbero 
insieme  lodate  Beatrice  e  Giovanna  d' Este  nella  can- 
zone CU  qui  s'  irais  e  guerreya  ah  amor  :  ^ 

Na  Zoana  d' Est,  za  dir  no  sabria 
tan  de  lauzor  com  a  vos  covenria; 
car  vos  sabez  los  bens  melz  far  c'om  dir, 
tals  bens  c'om  deu  sobr'altres  bens  grazir. 

Na  Biatrix,  dels  oilz  del  cor  vos  mir. 


1  Baetsch,  cit.,  10,  3. 

2  L.  Selbach,  Das  Streitgedicht  in  der  altprovenzalischen 
LyriJc,  Marburg,  Elwert,  1886,  crede  che  la  nostra  Beatrice  sia 
chiamata  giudice  anche  nella  tenzone  di  Gui  d' Uisel,  N'  Elias, 
de  vos  voill  auzir  (Grundr.  194,  18),  sorta  invece  alla  corte  di 
Maria  di  Ventadorn. 

3  Bartsch,  10,  15;  è  anche  nel  cod.  J,  e  stampata  inoltre  in 
Studj,  III,  421  (A),  VII,  328  (e),  Archiv,  49,  80  (P),  e  secondo  O  da 
De  Lollis,  Il  canzoniere  provenzale  O,  Roma  1886  (estr.  dagli 
Atti  dell' Accad.  d.  Lincei),  p.  18,  con  rigorosa  trascrizione  diplo- 
matica. Nel  cod.  K  questa   canzone  è  tra  le  segnate.  Eingrazio 


DI    AMERIGO   DI  PEGUGLIANO  31 


Chi  ricorda  che  questa  canzone  si  volge  nell'ultima 
stanza  a  Federico  II,  bon  emperador,  non  stimerà 
piccola  r  importanza  della  lezione  fornitaci  da  0,  igno- 
ta a  tutti  gli  altri  manoscritti  :  ne  risulterebbe  che 
Giovanna  e  Beatrice  potevano  esser  celebrate  insieme 
dopo  il  22  novembre  del  1220,  nel  quale  Federico  fu 
coronato,  e  quando  Latin  e  Aleman,  Italiani  e  Tede- 
schi, lo  riconoscevano  per  loro  sovrano.^  Senonché  quel 
codice  non  è  una  fonte  molto  limpida,  ^  e  proprio  di 
questa  poesia  ci  dà  una  redazione  difettosa,  con  inver- 
sione delle  strofe  IV  e  v  e  mancanza  della  vi,  in  luogo 
della  quale  ha  la  tornada  riferita.  I  codici  si  fermano 
generalmente  alla  vi  ;  ma  un'  altra  eccezione  fanno 
E  e  f ,  che  hanno  la  tornada,  di  differente,  lezione,  e 
senza  il  nome  di  nessuna  donna.  Il  primo  legge: 

Bona  domna,  la  genser  etz  que  sia: 
vas  vos  azor  e  soplej  nueg  e  dia: 
jamais  de  vos  no  me  volria  partir 
quen  tot  lo  mon  nom  pogra  miels  chausir; 

ma  il  secondo,  di  mano  diversa  e  posteriore  rispetto 
alla  canzone: 

Bona  donna,  quim  ^  tenetz  en  baillia, 
sitot  nom  vai  la  vostra  senhoria, 
de  vos  amar  nom  tuelh  nim  voi  giquir, 
car  sai  que  mielhs  non  poiria  chausir. 


gli  amici  prof.  M.  Scherillo,  per  avermi  fornita  la  lezione  del  cod. 
Ambrosiano  (G),  e  G.  L.  Passerini  per  quella  del  Laurenziano  (e, 
prima  che  venisse  la  pubblicazione  del  Pelaez)  e  del  Palatino  (J). 

1  Cfr.  DiEz,  Leh.  u.  Werke  2%  440. 

2  Cfr.  la  prefazione  del  De  Lollis,  pag.  4  seg.,  che  cita  anche 
la  testimonianza  del  Bartsch  in  Jahrbuch.  f.  rom.  u.  engl.  Phiì. 
XI,  24. 

3  II  cod.  legge  qui. 


32  PER   UN   «  DESCORT  » 


Non  è  il  primo  caso  di  strofe  spurie  aggiunte  ad  una 
poesia  di  trovatore  celebre-;  e  questa  canzone  pare  che 
fosse  anche  presa  di  mira,  per  forti  alterazioni  nelle 
strofe  medesime.  Io  credo  che  dopo  la  vi  non  doveva 
esservi  più  nulla,  e  che  tutte  le  aggiunte  sieno  false. 
Ma  vi  è  anche  un  bel  compianto  funebre  di  Ame- 
rigo per  una  contessa  Beatrice,  della  cui  morte  egli 
fu  molto  afflitto,  non  meno  di  quello  che  esprimesse 
per  la  morte  di  Azzo  VI  di  Este  e  del  conte  di  San 
Bonifacio  nel  1212,  e  di  Guglielmo  Malaspina  nel  1220. 
Il  poeta  sfogò  il  dolore  acerbo  in  cinque  stanze  lim- 
pide e  facili,  che  sembrano  scritte  tutte  di  un  tratto, 
e  di  cui  riferiremo  la  prima  : 

De  tot  en  tot  es  ar  de  mi  partitz 

aquelh  eis  jois  que  m'era  remaziitz. 

Sabetz  per  que  sui  aissi  esperdutz: 

per  la  bona  comtessa  Beatritz; 

per  la  gensor  e  per  la  plus  valea 

qu'  es  mort'  :  oi  Dieus  quan  estranh  partimen, 

tan  fer,  tan  dur,  don  ai  tal  dol  ab  me, 

qu'  ab  pauc  lo  cor  nom  part  quan  men  seve.  ^ 

II 

La  varietà  dei  manoscritti  nei  commiati,  quando 
non  vi  sieno  evidenti  segni  di  interpolazioni,  come  per 


^  Bartsch,  cit.,  10,  22.  —  La  lezione  di  questa  stanza  è  se- 
condo i  mss.  GIR;  notisi  la  differenza  della  lezione  del  v.  6  ri- 
spetto a  quella  di  Raynouard,  Choix,  III,  428,  e  Mahn,  Werke,  II, 
159,  che  leggono  qu'  es  morf  uei:  farebbe  piacere  che  il  compianto 
fosse  scritto  lo  stesso  giorno  della  morte  di  Beatrice,  e  uei  natu- 
ralmente tradusse  il  Galvani,  che  stampò  anche  tutto  il  com- 
pianto in  Fiore  di  Stor.  ìetter.  e  cavali.,  Milano,  1845,  p.  345  ;  ma 
bisogna  rinunziarvi. 


DT   AMERIGO   DI   PEGUGLIANO  33 


la  caiiz.  CU  qui  s'irais,  non  deriva  certo  da  diversità 
tradizionale,  per  dir  cosi:  poiclié  non  si  tratta  di  un 
nome  sostituito  ad  un  altro,  ma  di  due  commiati  cor- 
rispondenti perfettamente  allo  schema  della  stanza,  il 
codice  che  ne  riporta  uno  solo,  è  da  considerar  mutilo 
0  imperfetto  rispetto  a  quello  che  li  ha  tutt'  e  due.  Ma 
per  la  canz.  En  amor  trop  la  cosa  sta  diversamente, 
perché  alcuni  manoscritti  hanno  Conrat,  o  una  forma 
affine,  altro  al  suo  posto  Guillenif  E  poiché  non  si 
trova  nessuna  poesia  nella  quale  Amerigo  si  rivolga  a 
Corrado,  è  molto  dubbio  che  si  debba  preferire  questo 
nome  all'altro,  datoci  da  un  codice  eccellente;  e  ca- 
drebbe cosi  la  sapposizione  del  Cavedoni,  seguito  dallo 
Schultz-Gora,  che  Beatrice  fosse  una  volta  celebrata  con 
Corrado.  Ella  si  trova  dunque  accanto  a  Guglielmo: 
e  nella  canzone  Atressim  pren,  sebbene  non  sia  detta 
d'Est  (tranne  che  in  un  codice),  non  si  può  dubitare 
che  sia  anche  lei,  perché  sta  con  lo  stesso  personaggio. 
Dicono  le  Leys  d' amor  che  delle  due  tornate  l'una  si 
suol  riferire  al  senhal,  la  seconda  alla  persona  cui  è 
dedicata  la  poesia:  ma  né  Guglielmo  Malaspina,  né 
Beatrice  d'Este  possono  essere  un  senhal,  ed  è  quasi 
costante  il  fatto  che  il  nome  di  quest'  ultima  sta  nella 
seconda  tornata.  Quale  sia  la  ragione  del  trovarsi  in- 
sieme questi  due  nomi,  non  è  chiaro  :  pare  che  Amerigo 
fosse  particolarmente  grato  ed  affezionato  ad  entrambi, 
e  lodando  Beatrice  volesse  onorare  anche  il  marchese 
che  r  aveva  accolto  e  protetto,  come  farebbe  supporre 
la  canzone  Mantas  vetz  che  il  poeta  manda  verso  Ma- 
laspina, vas  Malaspina  al  prò  Gtiillem,  mentre  si  ri- 
volge direttamente  a  Beatrice  come  se  le  stesse  vicino  : 
d' altra  parte  il  compianto  per  la  morte  di  Guglielmo,- 
Ara  par  ben  que  valors  se  desfai,  ci  dà  certezza,  str.  v, 
che  nel  1220  Amerigo  fosse  alla  sua  corte: 

ZlNGARELLl  3 


34  PER   UN   «  DESCOKT  » 

Bels  seigner,  cars,  valeus,  e  que  farai? 
ni  cnm  puosc  sai  ses  vos  vius  reraaner? 
quem  sabiatz  tant  dir  e  far  plazer 
c'autre  plazers  contrai  vostrem  despiai; 
que  tals  per  vos  m' onrava  e  m'  acuillia 
que  m'  er  estrains  cum  si  vist  no  m'  avia....  ^ 

Il  Cavedoni  suppose  che  Amerigo  si  adoperasse  a  far 
stringere  un  parentado  tra  le  nobili  case  degli  Estensi 
e  dei  Malaspina,  decantando  a  Guglielmo  i  pregi  di 
Beatrice;  e  accennò^  che  nella  biografìa  di  Rambaldo 
di  Vaqueiras  dovesse  sospettarsi  qualche  cosa  di  si- 
mile dove  è  detto  che  il  trovatore  procurò  molti  amici  a 
Beatrice  di  Monferrato  :  «  e  mot  la  mes  en  pretz  e 
mains  amics  li  gazanhet  e  maintas  amigas  ».  Ma  che 
razza  di  paraninfo  sarebbe  stato  Rambaldo!  Niente 
di  più  facile,  di  certo,  che  i  trovatori  servissero  qualche 
volta  anche  nelle  trattative  di  matrimonio,  ma  la  sup- 
posizione dell'eccellente  canonico  non  è  verosimile,  per- 
ché bisognerebbe  ammettere  pure  che  Beatrice  d'Esto 
avesse  bisogno  di  esser  soverchiamente  decantata,  e 
raccomandata  al  Marchese  in  una  maniera  troppo  gros- 
solana. Beatrice  d'  Este,  si  sa  da  un  bel  pezzo,  era 
una  vera  protettrice  della  poesia  provenzale,  perché 
fu  celebrata  anche  da  Rambertino  de  Buvalel  e  da 
Guglielmo  de  la  Tor:  si  spiega  benissimo  dunque  per- 
ché Amerigo  faccia  frequente  menzione  di  lei  ;  e  per  la 
medesima  ragione  celebrò  Guglielmo,  lodato  anche 
dall'incerto  autore  della  canz.  Non  es  savis  ni  gaire 


1  II  serventese  contro  i  giullari,  Li  foì  eil  put  eil  filhol  è 
scritto  certamente  nella  corte  dei  Malaspina,  per  ciò  che  è  detto 
nella  str.  V;  ma  forse  quando  Guglielmo  era  già  morto,  e  Sordello 
si  era  fatta  una  riputazione. 

2  Cavedoni,  cit.  286  n. 


DI   AMERIGO   DI  PEGUGLIANO  35 

len  apres  (242,  50),  e  da  Alberto  di  Sestaron,  Ab  joi 
comensi  ma  cJianso.^ 

Qui  bisogna  ricordare  la  canzone  di  Amerigo  Per 
raso  naturai,  ^  dove  mi  pare  che  si  alluda  insieme  a 
Beatrice  ed  a  Guglielmo  senza  nominarli.  Dopo  quat- 
tro stanze  di  carattere  didascalico  e  sentenzioso,  il 
poeta  finisce  la  poesia  cosi: 

Una  dona  lei  al 
sai  ieu  qu*  es  de  Plazensa, 
mas  estai  en  Valensa 
per  mielhs  gardar  Sanh  Fior 
5         e  Mirabel,  que  te, 
e  Cortezon;  per  que 
gazanha  Beniven, 
e  Beljoc  franchamen; 
e  ten  Garda  e  Verona  mandan, 


Varianti.  1  dompna  A  B,  donna  D  I M  U  e  ;  leyal  C,  lials  I, 
Hai  R.  —  2  €t«  A  B  D  E I  U  e,  yeu  R;  g-esABDMRUc;  pla- 
zenssa  A  B,  plaieensa  D,  plasenea  I,  desplagensa  JJ,  plagensa  e.  — 
3  ei  A  B  D  R,  e^  M  ;  estay  R,  està  U  e  ;  a  E  ;  uaìenssa  A  B,  uaìenza 
I  U.  4  mieills  A,  mieils  B,  meill  D,  meils  E,  miells  M,  mei  U,;  mels 
e  guardar  U  e  ;  sain  A  B,  sanflor  M  N I U  e,  sa  fior  D,  honor  E  — 
5  en  D,  mirabelh  C,  mirabels  R;  g'e  M  U  e  —  6  que  corteson  B,  corte- 
son  A,  cortezo  C,  cori  e  son  D,  cortegon  e  ;  gè  M  U  e.  —  7  gasaigna 
AB;  gazaingna  D,  guazaingna  I,  guazanha  E,  gasainha  M, gJia- 
sagna  U,  gaganga  e.  benauen  C,  beneuen  U,  &ew  awen  I  R  e,  &e 
ave  D.  8  bel  luec  E,  beliuc  U,  &eZ  ^<^c  e,  feeZ  nies  M  ;  eysamen  R. 
—  9  e<  ew  B,  e^  ten  R,  eien  I  ;  guarda  E,  U  :  ew  garda  R  ;  ei  U  e  ; 
eia  rona  D,  e^  en  uirona  man  R,  ueronna  M; 


1  O.  ScHULTZ-GoRA,  EpistoU  di  B.  d.  F.,  p.  165. 
«  Bartsch,  10,  40;  stampata   inoltre   in   Studj,  III,   341  (A), 
VII,  239  (e).  Blu  meni.,  23  (F). 


36  PER   UN   «  DESCORT  » 

10        es  batejet  lo  jorn  de  Saint  Johan. 

Qui  ques  crotle  ni  estia  entrenan, 
12         Malespina  està  ferms  entretan. 

La  lezione  di  questi  versi  è  ristabilita  secondo  il 
ms.  C,  con  l'aiuto  di  nove  altri  codici,  ABEDIMEUc; 
e  ne  risulta  che  è  un  elogio  formato  tutto  con  nomi 
locali:  Piacenza,  Valenza,  San  Fior  (probabilmente 
San  Fior  di  Sopra,  nella  provincia  di  Treviso,  presso 
Conegliano,  e  non  San  Fiorano  nel  circondario  di  Lodi, 
0  il  catanzarese  San  Floro);  Mirabello  (quel  di  Pavia 
ovvero  l' altro  di  Monferrato,  per  tacere  di  altri  luoghi 
del  Mezzodì);  Cortezon  (cioè  Cortazzone,  nel  circon- 
dario di  Asti,  mandamento  di  Montafìa),  Benevento, 
Beljoc  (Beaujeu,  nelle  Basse  Alpi,  arrondiss.  de  Digne, 
probabilmente  patria  del  Kaimbaut  che  scrisse  il  ser- 
ventese  Au  Paìre  ni' er  lo  conort;  e  un  altro  Beaujeu 
tra  Macon  e  Villefranche);  Garda,  Verona:  senza  che  al- 
cuno di  questi  sia  allusivo  a  raj)porti  reali  con  la  dama. 
Quando  il  poeta  dice  che  guadagna  Benevento,  e  tiene 
Garda,  e  comanda  in  Verona,  non  bisogna  credere  che 
ella  possedesse  queste  città  :  come  quando  il  buon  pre- 
dicatore rimproverava  ai  suoi  uditori  perché  andavano 
tutti  a  Piacenza  e  nessuno  a  Verona,  non  voleva  dire 
che  vi  andassero  davvero  !  E  cosi  dove  il  poeta  dice 
che  la  sua  dama  si  battezzò  il  di  di  san  Giovanni  bi- 


le ois  A,  eis  B,  e  E;  bateiet  A  B  e,  hateyet  C,  hateget  D  E M  R, 
baie  get  I,  òatteiet  U  ;  el  nom  R  ;  sain  A  B,  san  I  R  M  U  e  ;  sani 
C  ;  ioan  A  B  D  E  R  U  e.  —  11  ^f  M;  qeis  A,  qes  M  U  e,  ;  corle  A  B, 
crolle  I  M,  croie  D,  croil  U,  crod  le  e.  estenc  A,  esten  B  D,  estei 
EM,  estec  I,  estai  e,  qi  qes  nan  U.' —  12  lobon  marques  U  Ma- 
1  aspina  e;  estai  E  D,  estay  M;  ferm  A  B  D  I  M  U,  m  ferm  e;  en- 
trenan A,  en  Vestan  C  D  R  e,  en  estan  EMI,  alestan  U.  —  Il  v.  9 
va  inteso  «  e  tiene  Garda  comandando  in  Verona  ». 


DI   AMERIGO   DI   PEGUGLIANO  37 

sognerà  intendere  un'  allusione  a  joja,  gioia,  se  non 
a  quello  speciale  significato  di  '  grazioso  '  che  annet- 
tevano gli  ecclesiastici  e  teologi,  e  Dante  stesso,  al 
nome  di  Giovanni.  E  cosi  si  scuote  la  congettura  del 
Cavedoni,  seguito  da  0.  Schultz-Gora,  che  Amerigo  al- 
ludesse qui  a  Giovanna  d'Este,  da  lui  cantata  certa- 
mente nella  canzone  D'aisso  don  ìiom  a  longamen}  Se 
avesse  conosciuto  la  lezione  di  E: 

es  bateget  el  nom  de  san  joan 

il  Cavedoni  avrebbe  segnalata  una  preziosa  conferma 

alla  sua  ipotesi,  ma  anche  dovuto  transigere  sui  molti 

errori  che  ha  questo  testo  nel  rimanente  della  poesia,  e 

proprio  in  questi  versi  :  paleograficamente  si    spiega 

benissimo  come  iorn  si  sia  letto  ioni,  e  quindi  mutato 

in  nom,  ma  non  cosi  il  contrario.  Devono  esservi  altri 

esempi  di  lodi  conteste   in  questa  maniera  :  uno  ce  lo 

dà  anzi  Peire  Yidal  nella  canzone  Tant  an  bel  dig  del 

marques,  str.  v: 

que  fag  e  dig  e  parvensa 
a  de  Monbel  e  d'Argensa, 
e  de  Monrozier  color, 
e  sa  cambra  es  de  Valflor; 

ma  il  Bartsch,  Peire  Vidal,  LIY,  vide  soltanto  alle- 
goria, e  non  ricordò  che  Argensa  è  località  ben  nota 
sulla  riva  del  Sodano,^  come  aveva  ricordato  che  Mon- 

1  Cavedoni  cit.  302  sg.,  Schultz-Gora,  Le  epistole,  p.  166. 
—  Privo  affatto  di  interesse  è  l'opuscolo  di  G.  Sartori  Borotto, 
Trovatori  provenzali  alla  corte  dei  Marchesi  in  JEste^  Este,  1889. 

2  Cfr.  il  saggio  precedente,  p.  20;  e  lo  Schultz-Gora  ha  in- 
dicate in  Archiv,  93,  130  qnattro  poesie  con  la  menzione  di  Ar- 
gensa, ma  non  questa.  —  Cosi  nel  nome  Proensa  si  vedeva  il 
prcs.  Di  simili  giuochi  si  trovano  nei  nostri  poeti  burleschi,  e  an- 
che nei  proverbi:  cfr.  uno  antico  pubbl.  da  F.  Notati,  Giorn. 
Stor.  XVIII,  129. 


38  PER   UN   «  DESCORT  » 

hel  (Montebello)  è  nel  marchesato  di  Monferrato.  Mon  - 
rozier  potrà  essere  benissimo  il  Monte  Eosa,  e  Yalflor 
non  sarà  difficile  pescarlo  in  qualche  Vallefiorita  o 
Vauxfleury  e  simili.  Non  essendo  dunque  da  vedere 
l'esplicita  allusione  a  Giovanna  d'Este,  si  dovrà  pen- 
sare più  facilmente  alla  celebrata  Beatrice  ;  e  nei  versi 
seguenti  a  Guglielmo  :  del  resto  Giovanna,  maritata  ad 
Azzo  Yll  nel  1221,  non  sarebbe  mai  potuta  star  con 
Guglielmo,  morto  il  1220.  Le  parole  relative  al  Mala- 
spina:  —  Chiunque  si  crolli  (si  muova  cioè  dal  diritto), 
e  si  metta  innanzi,  Malaspina  sta  fermo  frattanto,  — 
ci  richiamano  addirittura  le  lodi  del  nostro  Alighieri 
appunto  alla  casa  Malaspina  (Purg.  viii,  131-2): 

clie  perché  il  capo  reo  lo  mondo  torca 
sola  va  dritta  e  il  mal  cammin  dispregia. 

Kestano  ora  la  canzone  Ades  voi  de  V  aondansa, 
il  pìanh  e  la  nostra  poesia  Qui  la  ve  en  ditz,  per  le 
quali,  dopo  tutto  quel  che  s'  è  detto,  sorge  naturale 
la  persuasione  che  anche  la  Beatrice  di  questi  com- 
ponimenti sia  l'estense.  La  prima  veramente  ha  dei 
concetti  molto  generici,  in  una  forma  artificiosa  e  sot- 
tile :  il  poeta  soffre  volentieri,  contento  della  sua  follia 
e  del  suo  affanno,  perché  non  vi  è  amore  senza  follia 
ed  affanno,  né  si  raggiunge  onore  senza  soffrire:  sic- 
ché più  di  qualsiasi  argomento  intrinseco  vale  a  suo 
favore  l'improbabilità  che  solo  essa  non  fosse  scritta 
per  Beatrice  d'Este. 

Nessuno  che  si  sia  occupato  dell'argomento,  ha 
mai  voluto  riconoscere  che  il  compianto  si  riferisse  a 
quella  gentildonna.  Il  Diez  si  arrischiò  a  supporre  che 
questa  Beatrice  fosse  la  contessa  di  Provenza ,  mo- 
glie di  Carlo  d'Angiò,  morta  nel  1269  regina  di  Puglia 
e  Sicilia:  ma,  a  parte  tutte  le  considerazioni  che  si 


DI   AMERIGO   DI  PEGUGLIANO  39 

oppongono  facilmente  a  questa  ipotesi,  quel  compianto, 
com'  è  stato  già  osservato,  è  nella  prima  parte  del 
codice  Estense,  finita  di  scrivere  il  1254,  e  non  può 
essere  posteriore  a  quest'anno.  Lo  stesso  si  dica  per 
l'ipotesi,  già  per  altri  rispetti  inaccettabile,  del  Papon, 
seguito  dal  Galvani,  e,  in  tempi  più  vicini,  dal  Desi- 
moni,  che  fosse  pianta  la  figlia  di  Tommaso  I  di  Sa- 
voia, sposa  celebrata  di  Raimondo  Berengario  IV  conte 
di  Provenza,  e  madre  di  quattro  regine,  tra  cui  la 
precedente  Beatrice:  ella  mori  il  1266,  sopravvivendo 
di  21  anno  al  marito.  Anche  al  Cavedoni  la  cosa  parve 
improbabile,  e  pensò  invece  alla  moglie  di  Tommaso  I, 
nonna  della  prima  di  questa  nostra  rassegna,  perché 
gli  occorreva  trovare  una  comtessa  ad  ogni  costo:  ma 
quando  mori,  e  fu  mai  Amerigo  in  relazione  con  la 
sua  corte?  Tuttavia  il  Cavedoni  ha  ragione  di  rimpro- 
verare al  David  l'invenzione  di  una  Beatrice  d'Este 
moglie  di  Guglielmo  Malaspina  e  morta  poco  dopo  di 
lui:  che  codesto  si  chiama  fabbricarsi  la  storia  se- 
condo il  piacer  proprio.  Più  oltre  vedremo  anche 
r  ipotesi  del  Gròber  ;  ma  intanto  occorre  di  accertarci 
un  po'  meglio  del  limite  estremo  che  si  assegna  alla 
attività  poetica  di  Amerigo  di  Pegugliano.  ^ 

Si  afferma  generalmente  che  egli  abbia  composto 
il  canto  Ah  marrimens  angoissos  et  ab  plor,  per  la 
morte  del  conte  di  Provenza  Raimondo  Berengario  IV, 
avvenuta  il  1245,  e  per  la  seguita  invasione  di  Luigi  IX 
in  Provenza,  col  matrimonio  di  Carlo  d'Angiò  e  Bea- 
trice, nel  gennaio  del  1246;  ma  un  attento  esame  ci 

1  DiEz,  Leben  u.  Werke^,  p.  357.  —  F afon,  Histoire  de  Pro- 
vence,  II,  316  Galvani,  Fiore  di  stor.  leti,  e  cavali.,  343;  Desi- 
3I0NI,  in  Giornale  ligustico,  V,  258.  —  Cavedoni,  Delle  accoglien- 
ze ecc.,  287.  —  E.  David,  in  Histoire  litte'r.  de  la  France,  XVIII 
(1835),  p.  691. 


40  PER   UN   «  DESCORT  » 

persuade  che  non  è  suo  per  molte  ragioni  :  V  non  ha 
l'espressione  facile,  viva,  piana  delle  altre  sue  poesie, 
e  si  ripete  talvolta  goffamente;  2^  è  scorretto  nella  lin- 
gua, oltre  che  ben  lungi  dall'  eleganza  solita  di  Ame- 
rigo ;  3°  lo  schema  ahah  haah,  non  strano  in  verità,  ^ 
pur  non  si  riscontra  in  nessuno  dei  suoi  componimenti  ; 
i"*  la  rima  cambia  ogni  gruppo  di  tre  strofe,  sicché  vi 
sono  due  sistemi  di  rime,  e  le  eohlas  ternas  (Leys 
d' amor  I,  268),  già  rarissime  nella  poesia  provenzale, 
non  si  trovano  mai  in  Amerigo;  vi  è  d'altronde  una 
insolita  frequenza  di  parole-rime;  5^  parole  nuove  e 
strane,  come  desconordan^a,  helanza  ;  6°  le  scorrezioni 
metriche  del  testo  non  possono  tutte  derivare  dal  co- 
pista, ma  rimontano  all'originale;  7°  si  trova  nel  pe- 
nultimo foglio  del  solo  ms.  I  (donde  in  K)  f.  198,  prima 
dell'altra  poesia,  f.  199,  attribuita  ingiustamente  ad 
Amerigo,  ^  cioè  il  planh  per  la  morte  di  Manfredi 
Tota  Jionors  e  tug  faich  ben  estan,  laddove  questo  ms. 
contiene  le  poesie  di  Amerigo  tutte  tra  il  f.  50  e  il  60  ; 
8°  Amerigo  esprimerebbe  qui  sentimenti  cosi  pedestre- 
mente  pii  che  non  espresse  mai  :  anzi  la  biografia  dice 
di  lui  che  mori  eretico. 

Ma  gioverà  mettere  sott'  occhio  del  lettore  il  testo 
di  questo  compianto,  cosi  frequentemente  citato  come 
testimonio  dello  sdegno  provenzale,  quasi  un'elegia 
per  la  fine  della  Provenza.^  È  vero  che  esso,  per  que- 


1  F.  W.  Maus,  Peire  Cardenaìs  Strophenbau  in  seinem  Ver- 
hàltniss  zu  dem  anderer  Trobadors,  Marburg,  Elwert,  1884,  ahnang, 
nr.  280. 

2  Grundr.  461,  234,  starap.  in  Mahn,  Gediehte,  nr.  1165  (IV,  46, 
perché  quel  numero  è  ripetuto). 

3  Cfr.  Springek,  Das  altprovenzalische  Klafjeìied,  Berlin, 
1895,  p.  71.  Un  lungo  discorso  vi  aveva  fatto  sii  E.  David,  Hi- 
stoire  littér.  de  la  France  xviii,  693,  e  v.  anche  Diez,  Leb.  ìind 
Werke,  2%  356  sg\,  che  ne  traduce  un  brano  in  prosa. 


DI   AMEEIGO  DI   PEGUGLIANO  41 

sto  spirito  profondamente  presago,  si  adatterebbe  assai 
meglio  ad  un  poeta  abile  e  intelligente  quale  Amerigo, 
ma  potrebb'  essere  ugualmente,  e  ve  ne  sono  molti  in- 
dizi, lo  sfogo  di  un  rimatore  borghese;  né  i  componi- 
menti che  abbiamo  sui  fatti  del  1245  sono  di  trovatori 
famosi  ! 

Mahn,  Gedichte,  n.  557  (voi.  II,  p.  183). 

Ab  marrimenz  angoissos  et  ab  plor 
viu  mal  mon  grat,  pus  mort  noni  deing  aussire: 
tan  mi  vai  mal  que  vidam  fai  paor 

4    e  de  mort  son  tuit  mei  major  desire, 

pos  r  onratz  comtz,  ai  can  grieu  m'es  a  dire, 

de  Proenza  es  mortz,  ai  tal  dolor; 

ai  las  qal  perda,  vas  tan  bon  seingnor 

8    ai  perdut,  mai  non  viuro  sens  consire. 
Oimais  viuran  Proensals  a  dolor 
car  de  valen  seingner  tornen  en  sire, 


12    vida  non  li  er  en  queus  mire. 

Deus,  que  deingnet  per  iios  soffrir  martire 


2.  E  da  correggere  mortz. 

7.  vas  sarà  mai  car? 

8.  viuro  è  puro  italiano.  Corr.  viurai. 

9.  Corr.  Proensal.  In  rima  dolor  è  anche  a  v.  4,  14;  e  allo 
stesso  modo  martire  in  v.  13,  21;  dousor^  v.  15,  23;  asire,  v.  16,  24. 

10.  Corr.  seingnor.  Lo  Springer,  AUprov.  Klag.  ricorda  op- 
portunamente il  serventese  di  Bernart  Sicard  de  Marvejol,  Ah 
greu  consire,  che  dice  con  amarezza:  aug  la  corteza  gen  que  cri- 
don-.  «  Sire!»  Tuttavia  è  strana  la  frase  tornar  en  sire. 

12.  Il  luogo  è  tutto  guasto,  perché  oltre  a  mancare  il  v.  11, 
questo  è  monco. 

13-  corr.  deingnet^. 


42  PER  UN   «  DE  SCORI  » 


suz  eu  la  crotz  ab  penas  et  ab  dolor, 
vos,  bel  seingners,  per  vostra  gran  dousor, 

16    l'arma  del  comte  ab  vos  deingnes  asire. 
Ano  negus  homs  non  ac  tan  gran  valor, 
que  son  poder,  son  sen  e  son  albire 
avia  nies  tot  en  far  sa  amor 

20    retenen  Deu,  de  eui  era  servire, 

e  Dieus  qui  volo  per  nos  soffrir  martire 
sutz  en  la  crotz  ab  penas  et  ab  tristor, 
deingne  l'arma  per  sa  sainta  douzor 

24    del  prò  comte  ab  sos  angles  azire. 
Anc  negun  hom  non  vi  frevol  ni  fort 
miels  degues  homs  aver  ferm' esperanza 
que  si' ab  Deu,  car  anc  no  mantenc  tort, 

28    ni  frais  sa  fé,  anz  tene  dreitz  la  belanza 
de  beutat,  on  totz  bon  pretz  s'enanza, 
de  perdonar,  dun  ve  l'arma  a  bon  port: 
dels  autres  aibs  non  cai  qu'  eu  lo  recort, 

32    car  sobre  totz  len  portet  Deu  onranza. 


14.  C'è  una  sillaba  di  più:  corr.  ab  penas  e  dolor. 

15.  Corr.  seingner. 

20.  E  una  frase  tolta  alla  poesia  amorosa.  Cfr.  Arnaut  de 
Maruoill,  sapcha  JDieu  retener,  Raynouard,  v,  340. 

21-24.  Identici  quasi  nel  pensiero  e  nelle  parole  con  i  vv.  13- 
16;  e  anche  nelle  rime! 

22.  Una  sillaba  di  più  come  nel  v.  14;  va  soppresso  anche 
qui  il  secondo  ah. 

26.  E  una  costruzione   contorta  :  forse    homs  non  è  genuino. 

27.  Il  cod.  legge  nom  alene. 

28.  Corr.  dreit  la  belanea.  Certo  è  più  etimologico  belanza  (bi- 
lanx,  propriam.  bilancea)  ma  non  conosco  altro  esempio. 

29.  Corr.  bos. 

32.  Non  mi  riesce  chiaro  len  né  Ven\  il  cod.  scrive  lenportet. 


DI   AMEKIGO   DI  PEGUGLIANO  43 

Ai  Proensals,  eran  grieu  descornort 
es  remangut,  et  en  cai  desonranza  : 
perdutz  avetz  solatz  jeuc  e  deport, 

36    e  gang  e  ris,  honor  et  alegranza, 
et  es  vengut  en  ma  de  cel  de  Franza; 
meils  vos  vengra  que  fossiet  del  tot  mort, 
e  cel  per  cui  pogratz  esser  estort, 

40    Don  trob  en  vos  leutat  ne  fianza. 
Mort  es  lo  coms,  et  ai  ferm' esperanza 
que  si  'ab  Dieu  a  gang  et  a  deport, 
e  Proenzal  viuran  a  pieg  de  mort, 

44    ab  marrimen  et  ab  desconordanza. 


33-48.  Sono  riportati  dal  Galvani,  Fiore  di  stor.  e  leti.,  408 
sgg.,  e  tradotti,  ma  aggruppati  in  strofe  tetrastiche!  Indicheremo 
con  G  la  sua  lezione.  —  Eran,  era' n,  ora  in. 

34.  ez  remangutz;  gran  desonr ansa  G,  e  cosi  ha  sempre  -nsa 
in  rima. 

3b.  joc  G;  la  forma  del  ms.  è  un  gallicismo:  forse  era,  juec 
in  origine. 

37.  e^  venguU  G.  Il  Galvani  annota  giustamente  che  cel  de 
Fransa  è  Carlo  d'Angiò;  cfr.  anche  Springek,  Altpr.  Klagel.,  71. 

39.  Il  Diez,  il  Galvani  e  lo  Springer  (che  pare  non  conoscesse 
il  suo  predecessore  italiano)  rilevano  che  si  accenni  a  Raimondo  VII 
di  Tolosa,  deluso  nelle  sperate  nozze  con  Beatrice  figlia  del  si- 
gnore compianto. 

40.  lealtat  G;  la  lez.  del  ms.  è  scorretta;  ni  G. 

41.  Corr.  Morz. 

42.  deu  G. 

43.  proensal  vivran  a  piegz  G.  —  La  stessa  l)arola  —  rima  al 
V.  38.  Altri  mot  tornai  in  questo  secondo  gruppo  di  strofe:  espe- 
ranza V.  26,  41;  tort  27,  47:  onranza  32,  45;  deport  35,  42;  mort  38, 
43,  e  mi  pare  che  basti! 

44.  desconordanza  è  un  àna^  Àsyójusvovj  notevole  anche  per- 
ché non  si  trova,  per  quanto  io  sappia,  il  semplice  conordanza,  che 
ad  ogni  modo  dovrebbero  essere  desconortanza  e  conortanza,  per  la 
posizione  del  t  di  conort,  etimol.  (cfr.  conortar,  conortamen  ecc.). 


44  PER  UN  «  DESCORT  » 


Ai  mais  astrucs,  de  seingnel  e  d'onranza, 
queus  faran  mai  villa  ni  Castel  fort, 
s'est  dels  Frances?  que  per  dreg  ni  per  tort 
48    no  auserez  portar  escut  ni  lanza. 

Tornando  ora  al  nostro  compianto  per  la  comtessa, 
non  so  donde  ricavasse  il  Casini  che  si  trattasse  in- 
vece proprio  di  Beatrice  di  Monferrato  :  ^  certo  non  ri- 
sulta da  nessun  indizio,  né  lo  Schultz-Gora  tien  conto 
di  questa  notizia,  pur  ricordando  le  poesie  nelle  quali 
Amerigo  si  riferisce  al  marchese  Guglielmo  lY.  Né  si 
sa  che  Amerigo  si  fosse  mai  rivolto  a  lei:  cosicché  la 
cosa  più  semplice  è  che  egli  pianse  la  morte  di  co- 
lei che  aveva  celebrata  in  vita,  e  da  cui  realmente 
aveva  ottenuto  protezione  ed  asilo.  Amerigo  in  quel 
lamento  mostra  di  aver  già  sperimentato  i  dolori  del 
mondo  quando  dice  di  aver  perduto  la  gioia  che  gli 
era  rimasta;  la  morte  della  dama  gli  dà  uno  schianto 
fortissimo.  Lasciamo  stare  le  lodi  identiche  a  quelle 
che  egli  fa  altra  volta,  come  il  cors  gen  noiritz  (cfr. 
Qui  la  uè,  v.  5),  ripetuto  anche  nell'  ultima  stanza, 
V  aculhir  de  ben  siatz  vengutz  (cfr.  Beniven  in  Per 
razo  naturai),  il  parlars  fis  e  il  respondre  (cfr.  Qui 
la  uè,  vv.  19  sgg.  e  40)  e  Vesguars  (ib.,  9),  e  sos  on- 
rars  plus  onrats  d' onramen,  in  tutto  simile  a  Vonrat^ 


45.  malastrucs  G;  seigneur  G,  erroneo.  Ma  anche  la  lezione 
del  cod.  sembra  un  gallicismo  per  seingnal,  bandiera,  insegna. 

46.  mais  G.  Ma  villa  dev'  esser  villas,  anzi  vilas. 

47.  s'et^  G.  Il  Galv.  pone  l'interrogativo  in  ultimo. 

48.  auserete  G.  E  si  noti  che  la  forma  più  regolare  sarebbe 
ausaretz,  né  so  che  altra  poesia  di  Amerigo  abbia  quella  forma 
di  futuro. 


1  Propugnatore  XII,  parte  2^  (1879)  p.  96. 


DI   AMERIGO  DI   PEGUGLIANO  45 

onrars-pars,  qu' es  autz  plus  e' onors  sors,e  P  esserci 
tutti  i  buoni  costumi  in  lei,  e  cosi  via.  Ora  che  un 
poeta  provetto  come  Amerigo  non  trovasse  altro  modo 
di  lodare  donne  diverse  che  ripetendosi  letteralmente, 
è  cosa  incredibile,  quantunque  si  sappia  quanti  luo- 
ghi comuni  sieno  nell'antica  poesia  provenzale. 

La  ragione  principale  per  cui  i  critici  non  hanno 
riferito  il  compianto  di  Amerigo  alla  morte  di  Bea- 
trice di  Este  sta  sicuramente  nella  persuasione  che 
costei  nel  1226  mori  suora  nel  monastero  di  Gemmola, 
circondata  dell'aureola  di  beata.  Ma  noi  siamo  lontani 
dalla  piena  certezza  nel  rispetto  della  identificazione 
di  questa  gentildonna.  G.  M.  Barbieri  nel  secolo  xvi 
lasciò  scritto  che  la  Beatrice  lodata  da  Amerigo  fosse 
la  figliuola  del  marchese  Aldobrandino,  una  nipote  di 
Azzo  VI,  la  quale  sposò  nel  1234  Andrea  re  d'Unghe- 
ria, e  Fanno  seguente,  alla  morte  di  costui,  tornò  in 
Ferrara,  e  vissuta  qualche  tempo  in  corte,  si  chiuse 
poi  in  un  monastero  e  vi  mori  nel  1245.  Il  Muratori  e 
il  Tiraboschi  sospettarono  che  fosse  invece  la  figliuola 
di  Azzo  VI,  morta,  come  s'è  detto,  nel  1226,  e  nata 
non  so  quando,  forse  da  Sofia  di  Savoia,  moglie  di 
Azzo  già  nel  1191,  o,  secondo  altri,  da  Leonora,  prima 
moglie  del  marchese.  Il  Cavedoni  facendo  una  persona 
sola  della  Beatrice  d'Este  cantata  dal  Buvalel  e  di 
quella  di  Amerigo,  sostenne  risolutamente  che  fosse 
la  figliuola  di  Azzo  VI.  Anche  0.  Schultz  crede  in- 
dubitabile l'affermazione  del  Cavedoni,^  e  poiché  que- 
sta Beatrice  in  documenti  del  1216  e  '17  non  è  in- 
dicata come  suora,  sembra  che  non  prima  del  1218 
lasciasse  le  gioie  del  mondo  per  entrare  in  convento. 

1  O.  Schultz,  Die  Lehensverhàltnisse  der  italienischen  Trou- 
badourSj  in  Zeitschrift  fiir  romanische  Philoìogie,  VII,  200. 


46  PER  UN   «  DESCORT  » 

Dicono  che  fu  mira  pulchritudine  corporis,  e  il  suo 
antico  biografo  assicura  che  passò  la  giovinezza  nelle 
gare  e  nei  favori  del  secolo,  nelle  delizie  della  carne, 
in  ornamenti  e  vanità,  salva  tamen  et  integritate  cor- 
poris sui  et  intacto  pudicitiae  et  virginitatis  sigillo, 
che  aspettò  di  essere  libera  della  sua  volontà  per  pren- 
dere la  pia  decisione,  e  che  per  riuscire  nell'intento 
non  disse  mai  nulla  ai  seculares  amici  et  clientuli  et 
domestici  curiae.  Dall'altra  parte,  alla  vcaova  Beatrice 
non  bisogna  pensare,  perché  era  troppo  giovine  per 
trovarsi  nelle  poesie  di  Amerigo  celebrata  col  mar- 
chese Malaspina,  che  mori  nel  1220;  e  se  il  Grober, 
seguito  da  qualche  altro,  vuole  che  per  co'-^t^^i  Amerigo 
scrivesse  il  compianto, sta  anche  per  lei  la  difficoltà  che 
mori  in  convento;  oltre  a  quella  dell'anno  1245  nel 
quale  ella  mori,  troppo  inoltrato  per  la  vita  del  nostro 
poeta.  ^  Ma  decisa  cosi  la  quistione,  possiamo  dirci 
per  ogni  rispetto  tranquilli? 

Per  far  tacere  gli  scrupoli  che  sorgevano  innanzi 
alla  rivelazione  che  Beatrice  di  Monferrato  fosse  amata 
e  celebrata  da  Eambaldo  di  Vaqueiras  mentre  era 
ancora  donzella,  e  non  donna,  0.  Schultz  ricordò  il 
caso  della  nostra  Beatrice  d' Este  :  eppure  anche  costei 
avrebbe  bisogno  di  appoggio.  Insomma  questi  due  casi 
tipici  dell'amore  poetico  per  fanciulle  non  sono  indi- 
scutibili :  accanto  alla  stranezza  della  cosa,  rimane  la 
incertezza  della  identificazione  storica.  Che  anche  am- 
messo che  una  donzella  divenisse  protettrice  di  poeti 


1  G.  Geober,  Die  provenzal.  Liedersammlungen,  nei  Roma- 
nische  Studien  di  Bohmek,  II  (1877),  371;  e  Springer,  Das  Altprov. 
Klagel.,  58  sg.,  che  in  generale  hanno  appena  prelibato  T  argo- 
mento ;  e  lo  stesso  dicasi  del  Maus  Peire  Cardenals  Strophenbau, 
p.  19. 


DI   AMERIGO   DI  PEGUGLIANO  47 

d'amore  e  coltivatrice  di  galanterie,  dove  erano  signore 
a  cui  tali  ufficii   si   adattavano  meglio,  resta  sempre 
strano  che  a  lei  si   conferisse   l' arbitraggio  in   una 
quistione  cosi  scabrosa  come  era   quella  agitata  tra 
Amerigo  di  Pegugliano  e  Alberto  di  Sestaron,  se  fosse 
meglio  godere  i   favori  amorosi  di  una  dama,  senza 
esserne  amato,  o  essere  amato  senza  goderne  i  favori. 
In  quelle  poesie  amorose  non  si  tratta  sempre  di  va- 
ghi desiderii,  di   gentili   aspirazioni,  ma   si  fa,  per 
esempio,  il  paragone  tra  la  felicità  che  procurerebbe 
al  poeta  il  sorriso  della  dama  e  quella,  molto  minore, 
che  egli  godrebbe  nelle  braccia    di    un'  altra.  Tutto 
ciò  ripugna  ai  nostri  costumi,  e  pare  che  ripugnasse 
anche  a   quelli  delle   famiglie  italiane  del  Dugento. 
Sta  in  fatto  che  neanche  la  tradizione  occitanica  por- 
geva esempio  di  amore  di  donzelle.  Il  biografo  antico, 
qualche  cronista,  il  Brunacci,  ci  sono  mallevadori  della 
vita  pomposa   della   giovinetta,  tra  le   delizie  della 
corte  ;^  ma  codesto  racconto  si  ripete  cosi  frequente- 
mente per  ogni  santa  donna  o  sant'  uomo  che  qualche 
volta  sarà  pure  un  po'  caricato    o   artificioso.   D'  al- 
tronde non  si  sa  bene  se  la  beata  Beatrice  avesse  sin 
da  bambina  nutrita  la  vocazione  alla  vita   religiosa, 
per  cui  aspettasse  il  momento   opportuno   di  lasciar 
la  corte  e  chiudersi  in  convento,  ovvero  se  fosse  in  un 
certo  tempo  sazia  delle  feste  e  delle  cerimonie  e  pen- 
tita si  rendesse  monaca.  La  prima  ipotesi  risulterebbe 
dalle  parole  del  biografo,  e  contrasterebbe  col  grande. 


1  V.  le  indicazioni  di  queste  fonti  ap.  Cavedoni,  1.  e,  284,  e 
particolarmente  Beunacci,  Della  Beata  Beatrice  d' Este  Vita  an- 
tichissima ora  per  la  prima  volta  pubblicata  con  dissertazioni, 
Padova,  1767,  p.  61. 


48  PER  UN   «  DESCORT  » 


effettivo,   costante  interesse  che  ella  ebbe  a  favorire 
la  poesia  e  i  poeti. 

Si  aggiunge  infine  un'altra  considerazione.  Abbiamo 
veduto  nella  tenzone  tra  Amerigo  e  il  Sestaron  scelta 
come  arbitra  anche  Emilia  di  Ravenna  :  lo  stesso  Ame- 
rigo celebrò  questa  gentildonna,  la  quale,  come  si  sa, 
era  maritata  con  Pietro  Traversari,  e  pare  certo  che 
morisse  nel  1225.  E  nuovamente  queste  due  signore 
troviamo  celebrate  l'una  accanto  all'altra  nella  nota 
rassegna  che  colla  graziosa  invenzione  della  treva  ci 
lasciò  Guglielmo  de  la  Tor:^ 

Na  Biatritz  i  ven  d'Est  cui  fìns  prez  capdella 
del  marqueset  d'Est  moiller  on  valor  renovella, 
e  de  Ravenna  i  ven  n'  Esmilla  cui  apella 
fìs  pretz. 

Il  secondo  emistichio  del  secondo  verso  è  un  con- 
ciero  del  Suchier,  perché  il  codice  legge:  apres  on 
valors  revella;  ma  il  primo  emistichio  è  chiaro  ed  è 
apposizione  a  Na  Biatritz  che  viene  da  Este,  o  d'Este 
che  viene:  né  può  essere  altra  persona  che  la  nostra 
Beatrice  d'Este,  perché  la  seconda  di  questo  nome,  la 
figlia  di  Aldobrandino,  maritata  nel  1234,  era  troppo 
giovine  per  stare  insieme  con  Emilia  di  Ravenna  e 
con  le  altre  signore  della  treva,  la  quale,  come  pare 
allo  Schultz-Gora,  può  spingersi  al  limite  estremo  del 
1230,  quando  la  Caracosa  nominata  nel  v.  21  doveva 
essere  ben  avanti  negli  anni,  essendo  già  nel  1211 
moglie  di  Alberto  marchese  di  Gavi;   ma  se  è  certo 


1  H.  Suchier,  DenJcmàler  provenzaìiseher  Literatur  und  Spra- 
cJie,  I,  Halle,  1S83,  p.  323,  donde  poi  Casini,  Giorn.  Stor.  d.  leti., 
II,  401  ;  Monaci,  Testi  antichi  provenzali,  col.  86  sg.  ;  Crescint, 
Manualetto  provenzale,  p.  134. 


DI   AMEKIGO  DI   PEGUGLIANO  49 


che  Emilia  morisse  nel  1225,  non  dovrebbe  andare  ol- 
tre questo  termine.  ^  Insomma  la  Beatrice  della  treva 
è  la  stessa  di  Eambertino  Buvarel  e  di  Amerigo  di 
Pegugliano;  e  ci  troviamo  cosi  innanzi  a  una  notizia 
che  sconcerta  tutti  quanti:  era  dunque  moglie  del  mar- 
chese d' Este,  anzi  del  marqueset ,  cioè  del  giovine 
Azzo  VII,  nato  appena  nel  1206  ?'2  È  ignoto  a  storici 
e  genealogisti  che  esistesse  una  Beatrice,  moglie  di 
un  marchese  d'Este,  prima  che  nel  1304  la  figliuola  di 
Carlo  II  d'Angiò  sposasse  Azzo  Vili. 

Da  tutto  ciò  risulta  che  la  materia  è  ancora  da 
studiare  e  da  esplorare,  e  che  non  dobbiamo  costrin- 
gerla nei  pochi  dati  che  i  documenti  sìnora  conosciuti 
ci  offrono. 


Ili 


Il  componimento  Qui  la  ve  en  dltz  si  riferisce  an- 
che a  Beatrice  d'Este,  perché  ha  una  notevole  corri- 
spondenza di  concetti  e  parole  con  la  canzone  Per 
solata  cV  autrui  cliant  soven,  la  quale  è  indirizzata  a 


i  A.  Restoki,  Per  un  serventese  di  Guglielmo  de  la  Toì\  in 
Rendiconti  del  R.  Istituto  Lombardo,  ser.  II,  t.  XXV  (1892),  p. 
318  arguirebbe  «  da  molti  indizi  tenui  ma  insieme  congruenti  » 
che  la  treva  fosse  scritta  tra  il  1225  e  il  1235  e  forse  più  presso 
alla  prima  data  che  alla  seconda»;  ma  pare  che  non  se  ne  sia 
occupato  di  molto  proposito. 

•  Lo  ScHULTz-GoRA,  Le  Epistole,  170  n.,  suppone,  dal  gua- 
sto del  secondo  verso,  che  vi  si  alludesse  a  Giovanna,  prima  mo- 
glie di  Azzo  Vii,  sposata,  come  s'  è  già  accennato,  nel  1221,  morta 
nel  1233  ;  ma  cosi  come  sta  queir  emistichio  la  cosa  è  ben  difficile. 

ZlXGARKLT.I  1 


50  PER  UN   «  DESCORT  » 

lei,  in  compagnia  del  Malaspina.  ^  Il  poeta  in  quest'ul- 
tima si  duole  di  non  ottenere  corrispondenza  dalla  sua 
donna,  che  ama  ses  cor  vaire,.  anche  qui  è  desamatz 
amaire,  e  vuole  di  lei  Ventendemen  piuttosto  che  altra 
lo  haises,  non  conosce  nessuna  che  nieilìs  disses  e 
meills  respondeSy  ciascuno  è  di  lei  lodatore,  ed  ella 
è  del  mon  la  bellaire  ;  onde  egli  invoca  soltanto  merce. 
e  dopo  aver  profusa  tutta  una  stanza  in  questa  pre- 
ghiera, finisce  esclamando:  3ferce,  merce,  merce!  Xon 
la  concordanza  di  due  o  tre  luoghi  prova  la  identità 
della  relazione,  che  sicuramente  quella  si  riscontra  in 
molte  altre  poesie  anche  di  Amerigo,  ma  una  cosi  co- 
stante somiglianza  del  tutto  e  delle  parti.  Notevole  è 
qui  l'immagine  della  terza  strofa,  dove  dice  che  V eyi- 
tendemen  della  sua  donna,  senz'  altro,  è  per  lui  mag- 


1  Riferiamo  qui  il  testo  di  questa  poesia,  secondo  la  lezione 
dei  codd.  A  B  C  F  G  M,  già  stampata,  e  quella  di  I R,  inedita  : 

Per  solatz  d'autrui  chant  soven  ; 

mas  pero  cora  que  chantes, 

ni  per  bon  respieich  ra'  alegres, 

ara  veì  que  ehaut  per  nien, 

e  sui  a  mou  dan  chantaire  : 

si  cum  li  auzels  de  bon  aire 

que  sap  qu'  es  pres,  e  per  so  noia  recre 

e'  ades  non  chant,  atretal  es  de  me. 
En  amor  ai  lo  cor  el  sen 

fermai,  e  meillur  men  ades, 

si  pogues  trobar  qui  m'  ames 

tan  ben  cum  leu  am  finamen  : 

mas  ieu  am  lieis  ses  cor  vaire, 

don  sui  desamatz  amaire  ; 

et  on  ieu  plus  1'  am  de  cor  e  de  fé, 

adoncs  creis  plus  l'amors,  quem  laas'  em  te. 
Non  m'  es  vis  e'  anc  plus  foUameu 

nuilla  hom  per  amor'foUeies, 

qu' ieu  am,  mais  que  s' autram  baises, 

de  lieis  ses  plus  1'  entendemen  : 

e'  onors  m'  es  mas  que  pot  faire 

ses  emperi  emperaire  ; 

quera  vai  honors  ni  pretz  don  mal  mi  ve, 

si  fai  quel  mais  que  platz  es  pars  de  ben  ? 


DI   AMERIGO   DI   PEGUGLIANO  51 

gior  onore  che  non  abbia  un  imperatore  senza  impero: 
la  qual  cosa  ci  trasporta  col  pensiero  al  tempo  tra  la 
deposizione  di  Ottone  IV,  il  30  novembre  del  1215,  e 
la  effettiva  coronazione  di  Federico  II,  il  22  novembre 
1220,  quando  il  monarca  svevo  aveva  già  il  potere 
effettivo,  ma  non  ancora  il  titolo.  ^ 

Altra  strettissima  somiglianza  ha  la  nostra  poesia 
con  la  canzone  dialogata  Chantar  vzielh,  per  l'allu- 
sione alle  lodi  che  farebbe  di  Beatrice  chiunque  ap- 
pena la  vedesse,  si  farla  tos  hom  qe  vis  sas  heutats, 
per  l'amore  non  corrisposto  a  causa  della  sua  gran- 
dezza; e  anche  qui  Amerigo  è  fats,  perché  ha  mes  tot 
afan  a  guisa  de  fot  aman,  la  on  ga  res  non  gli  var- 
rebbe ;  e  spera  merceian,  e  lei  è  flors  de  las  meìhors. 

Tra  tutte  le  poesie  di  Amerigo  la  più  artificiosa 
pel  metro  è  questa,  Qui  la  ve  en  dits  ;  ed  è  probabile 


Per  som  soil  mal,  qu' ieii  u'ai,  plazen  ; 

e'  anc  non  vi  dompna  loing  ni  pres 

mieills  disses  ni  miells  respondes, 

ni  tant  amesuradamen  ; 

per  que  chascus  n'  es  lauzaire. 

puois  es  del  mon  la  bellaire  : 

e'  anc  natura  no  mes  en  lieis,  so  ere, 

ni  plus  ni  meins,  mas  aco  quei  cove. 
Dompna,  per  merce  solamen, 

soffrissetz  e'  un  pauc  essaies 

merce,  e  e' un  pauc  afranques 

merceian  vostre  dur  talen 

vas  mi,  qeua  sui  merceiaire 

totz  temps,  e  merce  clamaire, 

e  mex'ceians  sui,  e  aerai  jasae 

vostr'hom,  clamans  merce,  merce,  merce! 
Lo  pros  Guillems  Malespina  soste 

don  e  dompnei  e  cortesia  e  me. 
Bels  Peragon,  cum  hom  plus  soven  ve 

Na  Biatritz  d'Est,  plus  li  voi  de  be. 

1  V.  sulla  reciproca  posizione  di  Federico  II  e  Ottone  IV  dopo 
l'elezione  del  25  luglio  1215  le  osservazioni  di  F.  Torraca  in  re- 
lazione appunto  alla  poesia  di  Amerigo  in  lode  dello  Svevo,  in 
Giorn.  dantesco,  IV  (1896),  p.  4. 


52  PER  UN   «  DESCORT  » 

che  gli  fruttasse  speciali  lodi,  come  quella  che  era  co- 
stata studio,  ingegno  e  fatica.  Solo  le  può  stare  a  fronte 
per  difficoltà  metrica  la  canzone  scritta  per  un'  altra 
gentildonna  italiana,  Emilia  di  Kavenna,  Ses  mon 
apleg  no  vauc  ni  ses  ma  lima  (Grrundr.  10,  47).  Quanta 
parte  di  quell'antica  poesia  è  ora  perduta  per. noi! 
Ora  essa  ci  appare  in  quelle  ingiallite  pergamene,  a 
caratteri  serrati,  fitti,  senza  distinzione  di  versi  ;  come 
le  membra  disgiunte  di  un  cadavere  sul  marmo  del- 
l' anatomista.  La  sua  vita  è  spenta  :  e  non  brilla  più 
tra  una  festa  di  lumi  e  di  colori,  fra  armi  luccicanti, 
rasi  e  fiori,  al  suono  di  dolci  strumenti,  echeggianti  sin 
nell'intimo  del  cuore  degli  ascoltatori,  destandovi  tante 
altre  idee  con  mille  sottintesi,  con  la  special  grazia 
della  viva  favella  e  del  porgere!  Per  noi  molte  di 
quelle  rime  sono  una  cosa  compassionevole:  fredde, 
astruse,  monotone,  ci  servono  solo  per  studiare  la  lin- 
gua, il  metro,  attaccarci  ad  un  commiato,  fare  dei  raf- 
fronti in  ordine  alle  relazioni  tra  poeti  e  poeti,  della 
stessa  0  di  più  nazioni,  scovrirvi  imprestiti,  e  addirit- 
tura travasi  letterarii  internazionali.  Quando  non  vi 
troviamo  un  po'  di  naturale,  di  fresco,  di  vivo,  d' im- 
petuoso, magari  di  brutale,  schiacciamo  questi  poeti 
sotto  il  peso  dei  nostri  canoni  critici.  Ma  i  nostri  an- 
tichi avevano  un  altro  gusto;  dame  e  cavalieri  si  di- 
vertivano alla  sottigliezza  del  romanzo  d'amore,  alle 
faticose  frivolezze  del  metro  e  delle  rimas  caras.  E  ci 
prendeva  gusto  anche  Dante.  ^ 


1  Con  questo  non  si  vuol  certo  fare  ossequio  ad  un'  esagera- 
zione dell'arte  novissima,  sottile  cincischiatrice  e  intarsiatrice, 
astrusa  e  vuota;  né  dare  perciò  valore  assoluto  a  forme  invec- 
chiate da  secoli,  quantunque  convenienti  al  tempo  nel  quale  sor- 
sero e  usarono. 


DI   AMERIGO  DI   PEGUGLIANO 


Questo  nostro  componimento  consta  di  tre  parti  o 
stanze,  identiche  per  la  struttura.  Al  Diez  parve  che 
ciascuna  contasse  42  versi,  superando  quasi  del  dop- 
pio le  più  lunghe  strofe  provenzali  ;  ma  di  questi  ben 
14  avrebbero  una  sillaba  sola,  e  un  versetto  cosi  breve 
non  ha  nessuna  individualità  musicale  :  congiunti  per 
la  rima  al  precedente,  sembrano  piuttosto  un'appen- 
dice, una  risonanza.  Inoltre  gli  otto  ternarii  con  rime 
femminili  accoppiate,  che  sono  in  ciascuna  strofa, 
devono  ridursi  a  quattro  ternarii  doppi  con  rimal- 
mezzo.  In  tal  modo  ogni  strofa  è  formata  di  24  versi, 
divisi  in  tre  periodi  o  parti  :  il  primo  di  otto  quinari!, 
con  la  sillaba  di  complemento  nei  versi  pari  ;  il  secondo 
anche  di  otto  quinarii,  con  la  sillaba  di  complemento 
in  ciascuno,  eccetto  il  quarto  e  l'ottavo;  il  terzo  pa- 
rimenti di  otto  versi,  alternandosi  un  senario  femmi- 
nile con  rimalmezzo  ed  un  quinario  seguito  da  una 
sillaba  di  complemento.  Le  rime  di  una  parte  sono 
indipendenti  da  quelle  dell'altra,  e  cosi  le  rime  delle 
strofe  tra  loro.  A  chi  ben  consideri  si  offrirà  anche 
allo  sguardo  una  divisione  di  ciascun  periodo  in  due 
membretti  di  quattro  versi  ciascuno,  ed  è  notevole  che 
spesso  vi  è  continuità  sintattica  non  solo  tra  questi 
membretti,  ma  anche  tra  i  periodi.  Il  commiato  è  di 
quattro  versi,  conforme  al  secondo  membretto  dell'ul- 
tima parte.  Il  motivo  musicale  variava  certo  in  ognuna 
di  esse,  ma  propriamente  la  volta  della  strofa  pare  for- 
mata dal  terzo  periodo,  che  ha  un  brusco  cambiamento 
di  metro  :  del  resto  due  dei  codici  parigini,  K  e  W,  con- 
tengono anche  la  composizione  musicale  relativa  a  que- 
sta poesia.  Ecco  infine  il  suo  schema  strofico: 

35  IJ.j-^i  -^ò  ^6-^1  I  ^5  bi-bi  a,3  b,3-bi 

Cs-Cl  dj-di  Cg-Ci  dg    1    C5-C1  dg-di  C5-C1  dg 
65-63  fg-fl  65-65  tv  fi    I    63-63  tg-fl  63-65  fg-ti  \ 


54  PER   UN   «  DE  SCORI  » 


che  ridotto  alla  più  semplice  espressione,  dà  tre  serie 
con  le  rime  alternate  AB,  CD,  EF. 

Nella  prima  e  nella  terza  strofa  troviamo  bensì 
ripetuta  la  rima  -es,  ma  in  quella  è  -és,  stretto,  nel- 
r  altra  -ès,  largo.  Eime  spezzate:  chan-tan,  v.  18,  e 
cer-tan,  vv.  63-4. 

Il  cod.  parigino  12474  intitola  questa  poesia  de- 
scortz;  quello  di  Cheltenham  apre  la  serie  dei  suoi 
dodici  descorts  appunto  col  nostro,^  e  dovrebbe  ba- 
stare la  loro  autorità  per  farcelo  chiamar  tale.  A  ciò 
si  aggiunge  finalmente  che  anche  il  poeta,  dicendo  al 
V.  32  sg.  : 

....  patz 
en  volgr'  ez  acori, 

allude  chiaramente  a  descort,  nel  moio  che  allora  usa- 
vano.^ Ma  occorre  fermarci  alquanto  su  questo  punto, 
poiché  questa  poesia  di  Amerigo  non  è  contata  nel 
piccolo  numero  dei  descorts  provenzali,  e  perché,  tra 
l'altro,  si  è  detto  pure  che  essa  sia  in  realtà  un'es^am- 
pida}  Sarebbero  mai  le  nostre  cognizioni  della  me- 
trica provenzale  cosi  esatte  e  sicure  da  farci  correg- 
gere le  indicazioni  dei  canzonieri  antichi,  e  negare 
quella  espressa  allusione  del  poeta  medesimo  ?  La- 
sciamo stare  che  probabilmente  a  tali  testimonianze 
non  badarono  quelli,  che  si  sono  occupati  di  Qui  la 
ve  en  ditz. 

^  Cfr.  la  tavola  di  questo  ms.  per  H.  Suchier,  in  Rivista  di 
filologia  romanza,  II,  146. 

2  Cfr.  gli  esempi  in  Diez,  Die  Poesie  der  Trouhadours,  2.% 
p.  101. 

3  Relazione  della  Commissione  esaminatrice  del  concorso  per 
professore  straordinario  di  storia  comparata  delle  letterature  neo- 
latine nella  R.  Università  di  Pavia,  in  Bullett.  del  Ministero 
della  Pubblica  Istruzione,  anno  XXIV  (1897),  p.  677. 


DI    AMERIGO   DI    PEtìUGLlANO  55 


La  definizione  più  semplice  del  descort  data  dal 
Donata  provenzale,  «cantilena  ìiahens  sonos  diversos», 
canzone  che  ha  motivi  musicali  diversi,  è  stata  am- 
pliata nelle  Leys  d'  amor  ^  cosi,  che  il  descort z  deve 
avere  le  cohlas  singulars,  cioè  con  rime  proprie,  e  che 
può  accogliere  diversità  e  disaccordo  non  solo  nella  mu- 
sica, ma  anche  nella  lingua  ;  che  però  le  strofe  devono 
esser  tutte  di  un  compas  o  di  diversi,  e  deve  trattare 
di  amore  o  di  lode,  o  per  modo  di  afflizione.  Da  ciò 
si  vede  che  le  Leys  hanno  tenuto  riguardo  a  varie 
forme  di  discordo  che  s'incontravano  nei  canzonieri: 
perché,  p.  es.,  la  diversità  di  linguaggio  è  una  mag- 
giore discordanza  trovata  da  Rambaldo  di  Vaqueiras, 
ma  non  essenziale  a  quel  genere  di  componimento;  e 
che  in  realtà  una  legge  bene  stabilita  per  il  descort 
non  esisteva  all' infuori  della  diversità  del  suono  nello 
stesso  componimento.  Questo  importava  diversità  nella 
struttura  delle  strofe^  liberi  i  poeti  di  praticare  code- 
sta varietà  con  tutte  le  risorse  di  cui  era  ricca  la  loro 
ingegnosità  metrica.  L'Appel,  che  si  è  occupato  di 
proposito  del  descort, "^  e  ne  ha  indicati  ventidue  tra 
tutte  le  poesie  trobadoriche,^  ha  potuto  raccoglierne 

1  II  brano  delle  Leys  d^amor  relativo  al  descort  è  riferito  an- 
che dal  Bartsch,  Chrestomathie  provengale,  4^  édit.,  col.  376,  e 
dall' Appel,  Provenzalische  Chrestomathie,  Leipzig,  Reisland,  1895, 
pag.  198. 

2  C.  Appel,  Vom  descort,  in  Zeiischr.  fiir  roman.  Phil.  XI, 
212  sgg.  Una  raccolta  molto  menò  precisa  è  quella  di  F.  W.  Maus, 
Peire  Cardenaìs  Strophenbau,  128. 

^  Ai  22  notati  dall'Appel  bisogn  era  aggiungere,  dunque  il  no- 
stro. Un  descort^  trovato  da  H.  Suchier  nel  cod.  N,  Joi  e  chanc  e 
solar,  non  è  nel  Grundr.  del  Bartsch,  ed  è  segnato  461,  142^^  dal- 
l'Appel;  fu  stampato  dal  Constans,  Revue  d.  langues  rom.  XX 
(1881),  p.  132  e  da  Suchier,  Denteni.  I,  315  Arieggia  il  descort  la 
poesia  di  Albert  di  Sestaron  Trop  es  de  mi  senher,  Grundr.  16,  11, 


56  PER  UN  «  DESCORT  » 


le  varietà,  e  confermare  ciò  che  il  Diez  aveva  no- 
tato nel  rispetto  principale,  che  cioè  tutti  quei  com- 
ponimenti hanno  una  divisione  strofica.  Persino  la 
norma  che  il  poeta  dovesse  esprimere  la  sua  contra- 
rietà amorosa,  trova  l'eccezione:  ma  ciò  che  più  im- 
porta è  che  vi  sieno  dei  descortz  nei  quali  vi  è  con 
r  apparente  irregolarità  una  norma  artistica  severa. 
Uno  di  Pons  de  Capdoill,  che  comincia  «  Un  gai  de- 
scort  tramet  lei  cui  desir  »,  che  è  certamente  dei  pili 
antichi,  mostra  una  triplice  ripetizione  dello  stesso 
motivo  musicale;  e  una  sola  cosa  resta  della  specie 
del  discordo,  che  «  ognuna  di  queste  tre  parti  si  di- 
vide a  sua  volta  in  tre  che  dal  canto  loro  possedono 
in  tutto  l'apparenza  delle  strofe  di  descort,  sicché  si 
potrebbe  preferire  di  dividere  la  poesia  in  nove  strofe, 
che  si  combinano  in  tre  gruppi  congruenti  tra  loro  ». 
L'Appel  ha  anche  notato  che  la  poesia  anonima  che 
comincia  Un  aqest  gai  son  e  leugier  (Gnindriss,  4:61, 
104),  1  chiamata  anche  descort^  dall'autore,  ha  egual- 
mente due  strofe  principali,  ciascuna  divisa  in  quattro 
periodi  minori.  Ora  nelle  condizioni  perfettamente  iden- 
tiche di  questi  due  descorts  si  trova  quello  di  Ame- 
rigo, il  quale  conserva  anche  il  legame  sintattico  di 
strofe  diverse,   che  l'Appel  ha   negli  altri  rilevato: 


essendo   formata  di  cohlas  singuìars,  ciascuna  delle  quali  è  cosi 
costituita  : 

6a  6b  6a  6b  6a  6b 

2c  6c  6a  6b  2c  6c 

11  d  11  d  11  d; 
le  rime  a  e  d  sono  femminili.  E  cosi  pure  il  celebre  carros  di  Ram- 
baldo,  Truan  mala  guerra,  Grundr.  392,  32. 

1  È  pubblicata  dall' Appel  stesso  nel  suo  articolo,  e  poi  da 
P.  E.  GuARNERio,  in  appendice  al  suo  Pietro  Guglielmo  di  Lu- 
serna,  Genova,  1896,  p.  39. 


l 


DI    AMERIGO   DI   PEGUGLIANO  57 


sìcclié  dovrà  sorprendere  come  egli  non  abbia  com- 
preso nel  suo  elenco  il  numero  10,45  del  Grundriss.  ^ 

Ma  per  la  simmetrìa  delle  grandi  strofe  altri  ha 
contata  la  nostra  poesia  addirittura  fra  le  canzoni  :  ^ 
e  bisognerebbe  cosi  trascurare  affatto  il  singolare  suo 
andamento,  disconoscere  quel  che  è  in  essa  di  capric- 
cioso e  bizzarro,  e  contentarsi  di  una  significazione 
generica  del  termine  chanso,  che  certamente  si  trova, 
ma  che  per  esser  troppo  estesa  finisce,  nel  caso  spe- 
ciale, a  non  dir  nulla. 

Venendo  ora  all'  estampida,  troviamo  prima  di  tutto 
che  i  nostri  filologi,  come  il  Eedi,  il  Crescimbeni,  il 
Galvani,  hanno  sempre  ricordato  V estampida  o  stam- 
pita, come  se  fosse  una  cosa  ben  conosciuta,  e  alla 
lesta,  ma  il  nome  essi  lo  credevano  indigeno  della 
canzone  provenzale.^  Le  Leys  d'amor  ne  parlano  tra 
i  dictats  710-principals,  dopo  del  garip,  il  quale  «  ha 


1  L'ha  compreso  certamente  A.  Stimming,  in  Grobbr's,  Grun- 
driss der  romanischen  Philologie,  II,  p.  II  (1893),  p.  27  ag.  riman- 
dando alla  prima  edizione  di  questo  saggio.  —  Anche  FAppel 
ammette  che  la  poesia  trilingue  di  Dante,  Ai  faulx  ris  per  que 
traiti  m'avete  (sulla  quale  v.  intanto  F.  Novati,  Stud.  crii,  e  leti., 
Torino,  1889,  p.  206,  in  nota,  e  R.  Renier,  Giorn.  stor.  d.  leti.,  XXV 
(1895),  p.  312  sg.,  sia  un  discordo,  come  già  Galvani,  Osservai,  stilla 
poesia  dei  trovatori,  Modena  1829,  p.  114  sgg.  ;  anzi  vuole  che  dei 
pochi  discordi  della  nostra  poesia  sia  il  più  genuino.  Codesta  non 
è  veramente  un'espressione  felice;  ma  intanto  va  notato  che  le  tre 
stanze  di  Jii  faulx  ris  sono  anche  simmetriche  sul  tipo  ABCBACc 
DEeDFF. 

2  Maus,  cit.  anhang,  nr.  487;  L,  Romer,  Die  volUsthiìmlichen 
Dichtungsarten  der  altprovenzalischen  Lyrik,  Marburg,  Elwert, 
1884,  sul  quale  vedi  però  0.  Schultz,  Zeitschr.,  IX,  156  sgg. 

3  F.  Redi,  Poesie  con  le  Annotazioni  al  Bacco  in  Toscana, 
Firenze,  Barbèra,  1859,  p.  340;  G.  M.  Crescimbeni,  Istoria  della 
rolgar  poesia,  Venezia,  1731,  p.  131  ;  Galvani,  Osservazioni  sulla 


58  PER  UN   «  DESCORT  » 


riguardo  solo  a  certo  e  speciale  suono  di  strumento  », 
e  dicono  che  essa  «  ha  riguardo  qualche  volta  al 
suono  degli  strumenti,  e  qualche  volta  non  tanto  so- 
lamente al  suono,  ma  al  dettato,  che  si  fa  d'amori 
0  di  lodi  alla  maniera  di  vers  e  chanso;  e  cosi  può, 
per  quanto  sappiamo,  aver  luogo  ».^  Di  qui  sì  vede  che 
Vestampida  aveva,  come  il  caribo,  stretta  relazione  con 
la  musica  ;  ma  che  per  la  poesia,  attaccandosi  al  vers 
e  alla  chanso^  non  aveva  nulla  di  proprio.  La  Boctrina 
de  compondre  dictatz  ne  parla  ancor  più  vagamente  ; 
che  dopo  aver  concesso  ogni  argomento,  di  lode,  di 
biasimo  o  di  ringraziamento,  dlV  estampida,  dice  che 
debba  avere  quatre  cohlas  e  responedor,  e  una  o  doas 
tornadas,  e  so  noveì.^  Ma  il  solo  componimento  per- 
venutoci con  questo  nome,  e  che  sarà  ora  ricordato, 
ha  cinque,  non  quattro  coble;  o  se  le  due  ultime  si  vo- 
lessero, stranamente,  far  passare  per  tornadas^  ne 
avrebbe  tre  sole;  non  ebbe  so  novel;  ^  il  responedor, 
che  non  e'  è,  richiama  al  respos  della  dansa.  Il  Diez 
non  ne  parlò  affatto  tra  i  varii  componimenti  proven- 
zali. Ma  poiché  una  poesia  di  Kambaldo  di  Vaqueiras, 
Kalenda  maya,  è  chiamata  estampida  dal  poeta  mede- 
simo, si  è  cercato  di  ricavar  da  quella  una  legge  del 
metro,  specialmente  perché  se,  come  pare,  un  sol  compo- 
nimento porta  questo  nome  tra  i  Provenzali,  nelle  rime 
francesi  ha  una  certa  frequenza.  11  Raynouard  ricavò 


poesia  dei  trovatori,  Modena,  1829,  p.  53,  che  la  dice  in  tutto  si- 
mile alla  canzone  secondo  il  Redi. 

1  II  brano  delle  Leijs  relativo  all'  estampida  è  riprodotto  an- 
che da  Appel,  Proveìical.  Chrestom.,  201. 

2  V.  il  passo  ap.  Romer,  cit.,  p.  51.  L'altro  passo  non  ilice 
proprio  nulla  in  questo  riguardo:  es  dita  per  go  stampida  car 
pren  vigoria  en  contan  o  en  xantan  pus  que  nuli  autre  cantar. 


DI   AMERIGO   PI   PEtìUGLIANO  59 


dalla  razo  clie  la  precede,  che  Vestampida  indicasse 
una  canzone  composta  sur  una  melodia  conosciuta:^ 
la  stessa  cosa  si  diceva  anche  del  seiTcntese,  sicché 
in  sostanza,  il  dotto  Francese  non  vedeva  nessuna 
special  forma  in  quella  poesia.  Si  sa  intanto  che  la 
parola  ha  nel  lessico  il  significato  di  risonanza,  ed  è 
molto  noto  un  luogo  del  serventese  di  Amerigo  contro 
i  giullari,  Li  fol  eill  put  eill  filliol,  che  qui  bisogna 
rileggere  per  intero: 

Ar  veiretz  venir  l'estol 
vas  Malespina  el  tropel 
donan  la  cani  e  la  pel, 
et  ades  on  pieitz  lor  fan 
e  menas  de  merce  lor  an  : 
trop  son  li  combatedor 
e  pauc  li  defendedor. 
Mort  son,  si  Dieus  nols  governa. 

Estampidas  e  romor 

sai  qu'  en  faran  entre  lor 

menassan  en  la  taverna. 

Ma  qui  siamo  ben  lontani  dalla  poesia '.^  Guiraut 
de  Calanson  adopera  il  verbo  estampir  per  sonare: 

Farai  detz  cordas  estampir. 


1  Kaynouaed,  Choix,  II,  255.  L'  estampida  di  Raimbaut  de 
Vaqueiras  in  Appel,  Frovenzalische  Ghrestomathie,  p.  89. 

2  Anche  questo  significato  ha  la  parola  in  francese  antico, 
cfr.  GoDEFROY,  Dictionn.  de  V  ancien  francais,  con  altri  ancora 
di  baccano,  mischia,  giostra  tumultuosa,  suono  di  campane.  Né 
sono  ignoti  queste  idee  al  vocabolo  italiano  ;  cfr.  P.  Minucci,  al 
Maìm cintile^  IX,  13:  «  stampita  vuol  dire  sonata  o  cantata,  ma 
qui  intende  remore  o  cicalamento  odioso,  che  è  il  senso  nel  quale 


60  PER  UN   «  DESCOKT  » 


Il  discorso  più  serio  e  più  dotto  intorno  a  una  pro- 
babile forma  di  estampida  è  di  Paul  Meyer.  ^  L'il- 
lustre provenzalista  incontrandosi  in  una  poesia  di 
Kostanh  Berenguier  di  Marsiglia,  La  dousa  patria,  un 
po'  somigliante  a  quella  che  Eambaldo  chiama  estam- 
pida, ed  esaminandone  la  composizione,  ne  dedusse 
che  questa  aveva  un  carattere  essenzialmente  musi- 
cale, siccome  appunto  indicavano  l' etimologia  e  le 
Leys,  ma  che  presentava  le  seguenti  norme  metriche: 
1°  leggerezza  di  andatura  della  stanza,  costituita  al- 
meno in  parte  di  strofe  bipartite,  e  per  conseguenza 
non  osservata  punto  la  divisione  in  tre  parti  ;  2°  sim- 
metria delle  strofe,  perfettamente  come  in  una  canzone, 
a  differenza  del  descort  e  del  lais  ;  3"  cambiamento  di 
rime  ad  ogni  stanza.  Ma  lasciando  stare  questo  terzo 
carattere,  che  si  riscontra  facilmente  anche  nelle  can- 
zoni e  nei  serventesi,  il  primo  di  essi,  posto  che  sia 
veramente  costante  nelle  estampies  francesi,  com'è 
neir  esempio  di  Eambaldo,  e  come  sì  riscontra  solo 
parzialmente  nella  strofa  di  Kostanh,  non  si  ritrova 
punto  in  quella  di  Amerigo.^  Del  resto  la  strofa  couée, 


oggi  per  lo  più  è  presa  da  noi  questa  parola;  ed  ha  lo  stesso  si- 
gnificato che  bordello,  chiasso,  musica  e  simili,  presi  metaforica- 
mente ».  Per  l'etimologia,  cfr.  Diez,  Etym.  Wòrterb.  II  e,  estampie. 

1  P.  Meyer,  Les  derniers  troubadours,  in  Bibliothèqiie  de  VE- 
cole  des  Chartes,  serie  6.«-,  t.  V  (1869),  p.  486  sgg.  —  L.  Biadene, 
Varietà  letterarie  e  linguistiche,  Padova,  1896,  pag.  50,  ne  ha 
parlato  anch'  egli  rimandando  al  Meyer  ;  e  per  ciò  che  si  tocca  del 
caribo  v.  appunto  queste  pagine  del  Biadene.  Una  nuova  etimo- 
logia di  caribo  è  ora  proposta  dall'AscoLi,  Arch.  Glott.,  XIV,  348 
sg..  dall'  arabo  qasibah,  «  fistula  musica  »,  che  conferma  il  mio 
sospetto,  essere  caribo  in  origine  uno  strumento  musicale,  StudJ, 
I,  165  (non  rammentato  dall'Ascoli),  sennonché  resta  sempre  a 
spiegar  meglio  -  r  -  da  -  s  -  con  tanta  costanza  e  antichità. 

2  II  Maus  e  il  Romer  hanno  anzi  proposto  ciascuno  uno  schema 


Ul   AMERIGO  DI  PEGUGLIANO  61 

il  rliythmus  triphthongus  catidatus,  entra  pure  tra  i 
gruppi  che  contengono  la  stanza  di  En  aqest  son  gai 
e  leugler  : 

Las,  qiie  farai? 

qu'ieu  no  lo  sai, 
pois  non  ai  nuli  bon  conort. 

Per  vos  morrai 

e  mout  mi  piai 
s'  om  dis  qe  vos  m' aias  mort  ; 

come  entrerà  in  altri  discordi  (cfr.  p.  es.  Bel  maltraire, 
Erransa,  Ses  alegrage,  tutti  di  Gruillem  Augier),  ^  ed 
appare  anche  nelle  canzoni,  come  p.  es.  in  Pos  trohars 
plans  di  Eaimbaut  d'Aurenga  (Grundr.  389,  37).^  Ee- 
sta  la  simmetria  delle  strofe  :  ma  dopo  quello  che  ab  - 
biamo  veduto  di  due  descorts  indubitabili,  con  per- 
fetta simmetria  dei  gruppi  che  li  compongono,  co- 
desto non  è  più  un  carattere  specifico.  Un  giovine  dot- 
tore, della  scuola  di  E.  Stengel,  trattò  anch' egli  del- 


di  Kalenda  maya,  diverso  da  quello  del  Meyer:  in  sostanza  nei 
suoi  elementi  è  il  seguente  : 

a^  »♦  b4-a4  I  a4  a^  hi-SLi  \\  b4-a4  b4  -  a4 11  aj  aj  e,  -  a4  [  a,  a2  C2  -  a2; 

e  tutto  sta  a  decidere  se  la  parte  mediana,  b-a  b-a,  formi  la  se- 
conda principale,  0  sia,  come  voleva  il  Meyer,  una  specie  di  se- 
parazione tra  due  serie  quasi  identiche.  Lo  schema  di  La  dousa 
pairia  : 

ag  a^  ag  bg  |  ag  aj  ag  bg  ||  Cg  Cg  bg  |  C3  Cg  bg 

1  Vedi  questi  componimenti  nella  recente  ediz.  di  Johannes 
MuLLEE,  Die  Gedichte  des  Guillem  Augier  Novella,  in  Zeitsehr. 
f.  vom.  Phiì.,  XXIII  (1899),  pp.  61,  66,  69.  Notevole  è ,  tuttavia, 
come  al  Miiller  sia  sfuggito  che  il  Monaci,  Testi  antichi,  75  sgg., 
pubblicò  del  discordo  Ses  alegrage  la  lezione  di  cinque  codici, 
CMNRS. 

2  Stampata  dall'AppEL,  Poesies  proveJifaZes  inédites,  p.  116. 


62  PER   UN   «  DESCORT  » 

Vestampida,  di  proposito;  e  senza  opporre  argomenti 
serii  alla  teoria  del  Meyer,  la  ritenne  solo  nel  rico- 
noscere, dall'unica  Kalenda  maya,  e  non  da  altro 
componimento,  il  carattere  peculiare  dei  versi  brevi  e 
del  ritmo  vivace,  che  son  cose,  in  verità,  forse  vere 
nella  sostanza,  ma  vaglie  ed  elastiche;  e  che  ad  ogni 
modo  qui  non  ci  riguardano.  ^  Eesta  adunque  che  a 
nessuno  è  riuscito  di  scoprire  se  V  estampida  fosse  un 
metro  ben  preciso,  come  il  sonetto,  la  ballata,  la  can- 
zone, nel  senso  ovviamente  tecnico  del  vocabolo;  che 
anzi  qualche  carattere  principale  attribuitole  è  pu- 
ramente illusorio;  e  dall'altra  parte  non  sappiamo 
quanto  essa  potesse  confondersi  col  descort^  se  non  v'è 
confronto  alcuno  tra  la  strofa  semplice,  omogenea,  so- 
stanzialmente monorima  dell' ^5i(awj)«V7a  di  Rambaldo, 
e  quella  complessa,  varia,  discorde  dei  descorts. 

E  allora  a  quale  uncino  dobbiamo  afferrarci  per 
scoprire  un'  estampida  nel  componimento  di  Amerigo 
di  Pegugliano?!  Una  scorreria  nel  campo  delle  estam- 
pies  francesi  non  ci  fa  guadagnar  nulla,  fuorché  un'  al- 
tra conferma  della  vaghezza  e  incertezza  della  loro 
struttura.  Il  Meyer  non  contò  la  poesia  di  Amerigo 
tra  due  esempi  di  stampite,  che  racimolò  nel  campo 
ove  verdeggiano  le  poesie  trobadoriche  per  le  cure  sue 
e  di  sapienti  cultori  che  molto  hanno  appreso  da  luì. 
Ma  uno  dei  due  esempi,  il  componimento  di  Jean 
Esteve,  Lo  Senlier  qu'es  guit^,^  è  ricalcato  perfetta- 
mente sul  nostro  Qui  la  ve  en  ditz,  come  vide  già 
Gabriel  Azais:  perché   anche  in   questa  poesia  Ame- 


1  L.  RoMER,  cit,  pag.  48-51. 

2  Grundr.   266,  8.  —  G.  Azais,  Les  troubadours  de  Bé^iers, 
2e  ed.  Béziers,  1869,  p.  109  sgg.  Maus,  anhang,  n.  487. 


DI  amerktO  di  pegugliano  63 


rigo  ha  fatto  scuola  :  ^  anzi  vi  è  una  specie  di  tenzone, 
fra  maestro  Ferrarino  di  Ferrara  e  Guillem  Kaimon, 
modellata  pure  su  di  essa  -  e  un'  altra  poesia  scono- 
sciuta indicheremo  più  oltre.  Non  sono  estanipidas , 
come,  per  quel  che  si  è  detto,  non  è  il  loro  modello; 
non  lo  credettero  TAzaìs,  il  Romer,  e  ormai  lo  stesso 
Meyer  non  v'insisterà  pili. 

Vero  è  d' altronde  che  codesto  ritmo  dell'  estam- 
pida  con  tutta  la  dimostrazione  di  P.  Meyer,  il  quale 
voleva  che  dall'  Occitania  fosse  risalito  alla  Francia 
settentrionale,  è  ormai  ritenuto  esotico  in  provenzale. 
Eambaldo,  che  ce  ne  dà  il  solo  e  certo  esempio,  segui, 
dicesi,  la  melodia  di  una  composta  al  suo  tempo  da  due 
jonrjleurs.  Vennero  in  quel  tempo  due  giullari  di  Fran- 
cia nella  corte  del  marchese  di  Monferrato,  i  quali  sa- 
pevano sonar  bene  la  viola:  e  un  giorno  sonavano  una 
stampita,  che  molto  piaceva  al  marchese  e  ai  cavalieri 
e  alle  dame.  Ma  Rambaldo  era  turbato.  «  Non  sentite 
questa  bella  musica?  »  gli  chiedeva  il  Marchese;  «  si 
può  star  cosi  fra  tante  belle  donne  e  innanzi  a  mia 
sorella  ?  »  Eambaldo  non  voleva  né  cantare,  né  stare 
allegro.  Allora  il  Marchese  ricorse  ai  buoni  uffici  di 
madonna  Beatrice,  la  quale  fu  cosi  graziosa  e  cortese 
che  pregò  e  confortò  il  poeta  a  stare  allegro  e  a  can- 
tare. Onde  Eambaldo  fece  la  stampita  cominciando: 
Kalenda  maya,  sulle  note  dei  giullari.  '^  —   Era  solo 


1  Maus,  cìt.,  pagg.  16-18,  57,  60,  77. 

2  Grunclr.  150,  1  e  402;  cfr.  Romer,  p.  50.  Le  due  coble  sono 
stampate  in  Archiv,  50,  264,  da  T.  Casini,  /  Trovatori  nella  M.  T., 
cit.  p.  182  sg.,  da  E.  Monaci,  Testi  antichi,  103,  e  con  cure  critiche 
da  V.  Crescini,  Manualetto,  148.  —  Selbach,  Das  Streitgedicht, 
Marburg,  Elwert,  1886,  pag.  68  dice  che  la  cobla  di  Ferrarino  è 
un  serventese,  forse  con  rispetto  alla  proposta!! 

3  E  la  biografia   del   Cod.   laurenziano  P;  v.  Archiv,ÒO,  251; 


64  PER  UN   «  DE  SCORI  » 

musica  dunque,  e  straniera;  e  vleìer  estampie  dicevano 
spesso  i  jongleiirs.  Quanto  è  raro  (|uesto  nome  in  pro- 
venzale, altrettanto  è  ovvio  in  francese  antico.  La 
musica  e  il  ballo  la  costituivano  principalmente  in 
origine,  e  le  si  attaccò  facilmente  il  canto:  del  quale 
è  ignoto  il  peculiare  carattere  metrico,  perché  proba- 
bilmente non  ne  aveva  :  il  Meyer  trovò  nella  raccolta 
del  manoscritto  Douce  poesie  che  troppo  si  allontana- 
vano dalle  norme  intravvedute  da  lui.  Nel  provenzale  è 
certo  che  oltre  a  quella  di  Rambaldo,  altre  poesie  si 
accompagnarono  al  suono  dell'  estampie,  per  ciò  che 
dicono  le  Leys:  saranno  state  dansas,  anche  descortz, 
persino  canzoni:  ma  il  quesito  nella  sua  parte  fonda- 
mentale spetta  più  alla  storia  dell'arte  musicale  che 
dei  metri  poetici.  E  riferiremo,  naturalmente,  anche 
noi  la  glossa  di  Francesco  da  Barberino,  dove  mette 
in  un  fascio  tutte  queste  melodie,  caribo,  nota,  stam- 
pita cosi  :  consonium  antiquikis  dicebatur  omnis  inven- 
tio  verhoriim  quae  super  aliqiw  caribo,  nota,  stampita, 
vel  sim^ilibus  componebatur,  praecompositis  sonis.  Ho- 
die  verba  talia  nomen  soni  vel  sonum  fabricantis  se- 
cuntur} 


Chabaneau,  Histoire  generale  de  Lmiguedoc,  2'^  ed.,  X,  294.  —  Il 
Romer  tacciò  di  favoloso  il  racconto  di  questa  ra^o,  ma  non  so  se 
abbia  ancora  pubblicato  le  prove  che  prometteva.  V.  intanto  O. 
ScHULTz,  Zeitschr.,  IX,  158,  il  quale  sta  anche  per  la  provenienza 
francese  àeìV  estampida.  Cfr.  A.  Stimming,  in  Gròbee's  Grundr. 
cit.,  pag.  28. 

1  Se  il  caribo  non  avea  una  speciale  e  determinata  forma 
metrica,  neanche  lo  avea  la  stampita,  e  in  ciò  va  modificata  l'as- 
serzione del  BiADENE,  Varietà^  49,  che  ha  pur  ricordato  in  nota 
questo  passo,  ma  senza  toccare  il  ragionamento  da  lui  fatto  sei 
anni  prima,  in  Bihliot.  d.  scuole  ital.,  Ili  (1890),  40  sgg.  —  An- 
che il  nostro  Vocabolario  ci  dà  spesso   esempi  di  stampita  solo 


DI   AMERIGO  DI   PEGUGLIANO  65 


IV 


Il  nostro  descorts  leggesi  in  dieci  manoscritti,  tre 
dei  quali  non  conoscono  il  nome  del  suo  autore,  cfr. 
Grundriss,  elenco,  10,  45: 

Parigino,  Bibl.  Nat.  856,  già  7226  (C)  fol.  94,  ap.  Mahn, 
Gedichte,  n.  1171. 

Estense  in  Modena  (D),  fol.  67.^ 

Parigino,  mod.  1749,  già  7698  (E),  seguito  dal  Diez, 
Die  Poesie  der  Troiih.'^,  305. 

Parigino  854,  già  7225  (I),  fol.  54.^' 

Parigino  12473,  già  suppl.  2032  (K). 

Parigino  12474,  già  suppl.  2033  (M),  fol.  250^,  anonimo. 

Cheltenhamiano,  di  sir  Thomas  Phillips  (N),  f  46%  ano- 
nimo, secondo  la  collazione  del  Constans,  Revue  des 
langues  romanes,  XX,  138. 

Eiccardiano  in  Firenze  2909  (Q),  fol.  16^-^ 

Parigino  22543,  già  La  Vallière  2071  (K),  fol  49,  con 
musica. 

Parigino  844.  già  7222  (W),  fol.  185.  anonimo,  con 
musica. 

Non  terrò  conto  delle  insignificanti  varianti  di  K. 
La  copia  del  Eiccardiano  devo  alla  cortesìa  e  peri- 
zia del  mio  amico  prof.  Pasquale  Papa,  e  quella  del- 


nel  senso  musicale:  cfr.  Decamerone,  vii,  10:  «Con  una  sua  vi- 
vuola  dolcemente  sonò  alcuna  stampita,  e  cantò  appresso  alcuna 
canzone»;  e  anche  sonata  d'organo  (Rondinelli,  JReZa^.  cZ.  Con- 
tagio, 94)  ;  e  persino  «  Al  culo  ha  la  sonagliera  Che  fa  sempre  la 
stampita»,  cantò  Lorenzo  il  Magnìfico. 

ZlNGARELiIil  5 


66  PEK   UN   «  DESCORT  » 


l'Estense  parimenti  alla  cortese  diligenza  dei  signori 
Valdrighi  bibliotecario,  e  Finzi  vicebibliotecario  del- 
l'Estense nel  1890.  Il  manoscritto  riccardiano  separa 
i  versi,  attaccando  però  i  monosillabi  al  successivo: 
in  tal  caso  ne  verrebbe  leggermente  alterata  la  dispo- 
sizione che  ho  preferita,  e  credo  giusta.  Il  parigino  M 
divide  il  descort  in  gruppi  come  i  nostri,  gli  altri  co- 
dici distinguono  solo  una  strofa  dall'altra. 

Il  W.,  che  non  è  un  canzoniere  provenzale,  ma  fran- 
cese, ed  ha  soltanto  un  florilegio  di  una  trentina  di 
componimenti  provenzali,  per  lo  più  senza  nome  di 
autore,  contiene  solo  le  due  prime  strofe,  alle  quali 
attacca  immediatamente  altre  due  di  uguale  struttura, 
ma  di  altro  argomento.  E  un  nuovo  descort^  musicato 
su  quello  di  Amerigo,  e  sarà  pubblicato  in  ultimo,  per- 
ché è  componimento  ignoto  da  altra  parte. 

Nella  lezione  mi  son  tenuto  a  quella  di  C  più  che 
ho  potuto. 

Qui  la  ve  en  ditz: 
pus  Dieus  tans  i  mes  -  bes 
en  na  Biatritz, 
4        non  i  a  merces  -  ges; 
quar  tan  gen  noiritz 
SOS  gais  cors  cortes  -  es, 
que  sera  falhitz 


Varianti.  —  1  ^t^  C  N  R  ;  clis  D  Q.  —  2  puois  D,  2>os  E  M  N  W, 
manca  R  ;  dieu  C  R,  dyeus  E I W  ;  tan  C I M  R  W,  tang  N,  manca 
Q,  tan<;  D  ;  X*  C  E  I  R  W.  —  3  ena  C  D  I  ;  hiatriz  D,  bietris  R, 
beatriz  Q.  —  4  no  Q  R  ;  Ti*  C  E,  ma  Q,  non  ies  W  ;  jes  C.  —  5  car 
D  I  Q  W,  qar  M  ;  geni  C,  ben  Q  ;  noiriz  D  Q,  noyriU  W.  —  6  son 
R;  gnais  C,  gai  M,  gays  AV,  gen  R.  —  7  gè  M,  ^e  Q;  cera  E, 
sarà  W  ;  failliU  E  I,  failliz  D,  sazitz  R,  failhitz  M,  failli  Q. 


m    AMERIGO    DI    PEliUGLlANO  67 


8        gauclis,  que  non  l'agues  -  res. 
Lo  sieus  dous  esguars  -  clars 
corals,  dels  ^ensors  -  flors, 
rendriels  parlars  -  cars 

12        gaug,  tant  es  doussors; 

pueis  l'onratz  onrars  -  pars, 
qu'  es  autz  pus  qu'  onors  -  sors, 
platz,  el  condeiars:  -  dars 

16        nom  vai  tan  d'alhors. 
Tan  diria  -  sin  crezia 
mon  cor,  de  lieis  clian  -  tan, 
qu'  enemia  -  men  seria 

20        la  bella  c'aman  -  blan. 

quem  valria  -  s'ieu  perdia 
leis  c'am  ses  enjan  -  tan? 
qu' ieu  penria  -  e  m'amia 


8  gau;^  D,  gauU  I,  gang  E  M  N,  iois  Q  ;  (^^  D  M  Q  ;  ages  M  R 
W,  V  manca  M,  nolìagues  Q.  —  9  ?e  I  M  N  Q,  li  W  ;  sieu  R  W, 
seus  Q  ;  douz  D,  doutz  M,  dos  R  ;  esgars  D  M  Q,  esgart  I,  esgartz 
W;  clartz  I,  cars  R.  —  10  de  MR;  iensers  R,  genzors  Q.  —  11 
rendrials  R  M,  rendrial  W,  rendriel  D  E  N  Q  ;  par  lais  N  ;  quars 
E.  ---  12  gaiih  D,  gug  Q,  gautz  W;  tan  Q  ;  dossors  R,  dogors  M, 
dousors  D I Q.  —  13  pneys  C,  pois  I,  pos  M,  puois  Q,  puesc  W, 
manca  D  ;  lontaz  Q,  ìonraz  D,  lionrars  I  M  W,  onrar  Q.  —  14 
qes  D  M  Q,  aiit  D  M,  antg,  N;  plus  D  I  M  Q  W;  e'  tutti  meno  C.  — 
15  plaz  D  W,  plas  Q  ;  sies  agg.  R  ;  conhdeiars  C,  cond-  DIR 
coindears  M,  con  deiars  N,  condeiraz  Q,  cuindars  W.  —  16  non 
M  Q  R  ;  tant  D  Q  W  ;  dailhors  M,  daillors  DEI,  dallors  W,  c?o?- 
Zors  Q.  —  17  tant  D  I  Q  ;  dieia  R,  deua  N  ;  sien  D  N  R,  sieu  M, 
s'iwì  I  ;  creisia  M,  crizia  D,  eresia  W.  —  18  mom  Q  ;  co?*s  R,  po- 
sposto W  ;  lieys  C  E,  lei  D,  Zew  M,  delleis  N,  Zei/  W  ;  ian  W, 
can  D.  —  19  g'  e  D  M  Q  ;  ???se  D  ;  saria  M,  cena  E.  —  20  manca 
C;  bela  E  R.  —  21  manca  C  ;  qe  il  M,  qel  N  Q,  quel  I,  g;6t7Z  D  ; 
l'aria  N  ;  sien  N.  —  22  Z'<e?/s  C  N,  lei  N  D,  lies  R,  Zeys  E  W  ; 
qiiieu  W  ;  can  D  ;  enian  D  E I  M  Q  R,  engan  W  ;  tan  manca  R. 
—  23  quen  C  N,  qieu  M,  g|«*7Z  D,  ^«Z  Q,  qui  I,  <22t?'  en  E  ;  auria  R. 


gg  PER  UN   «  DESCORT  » 


21        destric  el  mieu  dan  -  gran. 

Anc  de  nulha  gen 

no  fon  hom  trobatz  -  natz, 
que  tan  finamen 
28         ames  dezamatz;  -  fatz 
son  pus  non  aten 
joi  ni  nom  n'es  datz  -  gratz,~ 
segon  falliimen 
32        sai  que  sui  senatz.  -  Patz 
En  volgr'ez  acort  -  fort, 
tan  sui  cossiros,  -  blos 
e  ses  tot  deport:  -  tort 
36        n'a  gran  sa  faissos, 

qu'  en  luec  de  cofort  -  port 
el  cor  ambedos  -  sos 
huelhs:  veus  lo  conort,  -  mort 
40        m'an  li  bel  respos. 

24  aZ  IME;  min  Q,  syeu  W.  —  2ò.nuilla  DEI,  nulla  MQ 
W.  —  26  non  D  M  Q  W  nom  I  ;  fo  E,  son  Q  ;  hom  manca  R  W  ; 
tròbas  D  Q,  atrohatz  W;naz  D,  manca  Q.  -  27  manca  Q  ;  qe  D. 
_  28  manca  Q;  desamas  faz  D.  -  29  manca  Q  ;  so*  I  K,  sui  M, 
suii  W  •  eit  R;  2)0S  E  1 M  N,  :puois  D,  car  E  W  ;  naten  E,  non  la 
^g^  W.'  -  30  ioys  C,  ioie  E,  ioy  W,  ioi  E  M  Q  ;  non  Q  E  ;  mes  E  ; 
n'  manca  M.-,  daz  graz  D  Q;  mom  mesdac  N.  -  31  faillimen.D 
El   failh-  M,  fall-  QW.  -  32  gè  D,  qieu  ME;  50*  E  E,  son  N, 
sitm  Q,  suy  W  ;  sena^  Q,  sena  D,  ser?;a*^  I,  sennatz  W  ;  paz  B  Q 
-  33  uolgre  D  M  N  E,  volgez  Q,  e  uolgra  es  W.  -  34  son  D  I 
N  Q  E;  angoissos  D  M  Q,  a^oisos  N,  en^fo^'sos  E,  engoissos  W, 
consiros  E.  —  35  sm?/  sens  con/bri  cor*  W  ;  conort  E;  cor*  I.  — 
36  na  gran  sa  C,  na  grans   sa  E,  nam  N.  -  37  gè  D  M,  qan  Q  : 
siec  E,  Zoe  DEI,  luoc  W;    con/ori  D  E  M  Q,  ^Jepori  E.  -  38  «/ 
E-  ahedos  QW.  -  39  huels  C,  7i«feiZ/is  M,  uels  Q,  otZ^  I,  oii?^ 
d'  oilg  N,  Mck  W,  hueills  E;  «es  M,  news  N,  nens  Q;  Ze  W.  - 
40  maun  E,  mai  Q,  mal  E,  ma  W,  man  lo  N  ;  set  D,  s^e^  I  M, 
siett  E,  lo  Q,  7e  ^fen*^  W. 


I>I    AMERIGO   DI    PEGUGLIANO  69 


Que  d'amansa-m  fes  semblausa 
qiian  son  gai  cors  fi -vi, 
e  ses  lansa  -  sos  huelhs  lansa, 

44        mas  a  mi  non  ri,  -  ni 

voi  ni'onransa  -  ni  m'enansa, 

ans  lonba  de  si  -  mi: 

ses  duptansa  -  n'a  mermansa 

48        sos  pretz,  car  m'auci  -  eli. 

Pns  m'a  tot  conquis 
quen  re  noni  biais  -  vais 
leis  cui  sui  aclis, 
52        ni  d'als  no  m'apais  -  mais, 
e  car  sos  pretz  fis 
es  dels  plus  verais  -  rais, 
volgues  e  sufris, 


41  qe  D,  qan  M,  qa  Q  ;  damanssa  D,  de  mansa  R,  damanga 
M,  damanza  I  ;  m  manca  D  EI W  ;  fé  Q,  ses  D  N  ;  senibìanssa  D, 
sembianza  I Q,  setohlanga  N.  —  42  qan  D  M,  can  I  Q,  pus  E,  cant 
W  ;  soi  GEME;  guai  GIN,  bel  W  ;  ui  fi  CT>  W.  —  43  manca 
Q  ;  es  ec?  E,  er  M  W,  sens  W  ;  ìanza  I,  ìanga  N;  que  nom  E  I  N 
E  W  ;  sos  huelhs  lansa  manca  D.  —  44  manca  E;  sos  hueills  ni 
M,  sos  oillz  ni  D,  ueilz  ni  Q,  sos  oiìz  ni  I,  sos  uelhs  que  W, 
sos  iieils  ni  E;  nom  I;  sos  oilg  ni  nom  ri  N.  —  45  monranssa 
D,  -za  I  ;  enanza  I,  menassa  D.  —  46  anz  D  Q,  an  E,  ainz  M  ; 
loigna  I,  loingna  D,  luanna  W  ;  si  de  mi  Q.  —  47  doptanssa  D, 
doptansa  E,  -ancha  Q,  -anza  I  ;  mermanssa  D,  no  me  enansa  E, 
wawsa  Q,  nanza  I,  mamer  mansa  N,  —  48  p?'es  Q  ;  maussi  E,  mausi 
I,  av/ssi  malici  W  eZt  N.  —  49  ^iwz's  D,  pos  E  M  N  Q,  si  E,  po*s 
I  ;  conqis  M  Q,  conquisi  E.  —  50  g^  D,  ga  Q,  gwe  N  E  ;  res  E,  rem 
I  M,  /e??.  X;  non  DM;  t'a^s  G.  —  51  lieys  G,  Zzei  E,  lei  I  Q,  am 
E  ;  eill  D,  e  li  Q;  son  D  Q  E,  soi  E I,  leis  el  son  N.  52  gew  aZs 
M,  e  c?aZs  E  ;  mon  G  E  ;  apays  C.  —  53  alegre  cor  M  ;  so7^  G, 
i^res  E,  i^recs  Q.  —  54  sol  qel  M,  (j^ttes  E;  belhs  G  ;  pits  E;  uerays 
G  E;  ra^s  G,  iais  M.  —  55  uolgra  M;  qe  M;  suffris  D,  so/'ns 
I  E. 


70  PER   UN  «  DE  SCORI  » 

56        quar  forals  savais  -  fais, 
Qu'ab  lo  sieu  voler,  -  per 
so  que  lor  pezes,  -  des 
me  luec  e  lezer  -  ver, 

60        sol  qu' ieu  la  preies; 
non  volgra  aver  -  er 
d'autra  quem  colgues  -  pres 
de  se  ni  jazer  -  cer  - 

64        tan  ni  quem  baizes. 

S' ieu  amaire  -  ses  estraire 
li  soi  ni  leials  -  tals, 
non  puesc  faire  -  pauc  ni  gaire, 

68        tan  li  sui  sessals,  -  als; 

quar  camjaire  -  ni  trichaire 

noi  sui  ni  venals  -  faIs, 

m' es  vejaire,  -  per  mon  paire, 

72        quem  n'es  plus  corals  -  mais. 


56  car  D I  Q  R  ;  forai  I  Q  R,  foraill  D,  fora  M  ;  saiiays  C,  sa- 
luais  M  ;  fays  C.  —  57  cab  D  E  I R,  qab  M,  qaii  Q  ;  seu  D.  —  58  fo 
M  ;  caluy  R,  qa  M,  qe  D  ;  hir  D  E  I M  N  Q  ;  2oeses  M.  —  59  mi  M  ; 
loc  I  M,  lioer  Q.  —  60  per  sol  R,  taìi  M  ;  qe  D  Q,  que  I,  qieu  M, 
so  que  N  ;  lan  D  ;  preyes  C,  preyes  D,  pregues  E,  preses  M,  pres 
Q.  —  61  no  Q;  uolgrauer  I,  uoìgre  C,  uolri'  M  ;  ser  M.  —  62  daltra 
M;  quen  I,  qi7n  M,  qem  Q;  colges  M,  cogues  R,  tolgues  Q.  —  63 
si  I M  ;  chazer  R  iaser  D  M,  «ctses  Q,  gaser  N  ;  /er  N.  —  64  qui 
C  E;  qen  M,  gem  D  Q,  que  N  ;  baisses  M,  baises  D I  Q.  —  65  sieus 

D,  ^ns  M,  //s  R.  —  66  suy  C,  son  D  I  N  Q,  sui  M  ;  e  N  ;  ni  manca 
D  ;  leyals  C,  Zm7ò'  N  Q  R,  leals  M.  —  67  nom  Q  ;  puosc  D  Q,  manca 
C,  pos  M;  afaire  C;  guaire  C.  —  68  ^cmi  I;  50^  R,  on  Q  ;  ses  als 

E,  selaìls  D,  ses«?s  N,  censals  M,  ?ion  cew.  saZs  Q,  sensals  H;  sals 
M,  teZs  R.  —  69  car  D I  Q,  pos  M,  3^<e  R  ;  bauzaire  M,  carfa  con 
una  sigla  sul  secondo  a  N;  caniogare  Q;  trizaire  D,  tricare  Q, 
^fmVe  N.  —  70  no27Z  E I,  no7?  M;  son  D  I  N  Q,  sot  E  R  ;  fals  ripet. 
Q.  —  71  ma  Q  ;  plaire  m.  ;  invertiti  gli  emistichi  in  R  ;  wes  j«fr<? 
N.  —  72  Q'tfe  IR;  mcs  I  M;  2ons  R;  ?nrt?^  Q,  ni  mais  N. 


DI   AMERIGO   PEGUGLIANO  71 


La  bellaire  -  de  sotz  l'aire 
es  als  bos  et  als  -  mais: 
per  qu'  es  maire  -  del  maltraire 
76        l'onors,  el  captals  -  sals. 

73-6  mancano  M  Q  R.   75-6  mancano  I.  —  74  belhaire  C,  be- 
laire  E  N,  —  75  qes  D.  —  76.  chaltas  D,  es  N. 


LE  STANZE  AGGIUNTE  IN  W 

Il  successo  del  discordo  Qui  la  ve  en  dits  è  mani- 
festo dalle  imitazioni  che  ne  conosciamo.  Joan  Esteve, 
della  fine  del  secolo  xiii,  uno  degli  ultimi  trovatori, 
volse  quella  poesia  tutta  a  intendimento  religioso, 
verso  per  verso,  ritenendo  le  rime;  cosi  come  i  nostri 
laudesi  prendevano  il  suono  e  la  forma  di  note  poesie 
profane.  Ma  forse  prima  di  lui,  alla  corte  stessa  di  Fer- 
rara, maestro  Ferrarino  e  Kaimon  Guglielmo,  come  si  è 
già  ricordato,  si  scambiarono  una  cobla  per  ciascuno, 
della  medesima  struttura,  ma  non  con  le  stesse  rime, 
gareggiando  nella  lode  del  marchese  d'Este,  forse 
Azzo  YII.  Questo  scambio  non  si  può  chiamare  una 
tenzone  per  nessun  modo.  ^ 

Non  può  sorgere  mai  il  sospetto  che  le  stanze  ag- 
giunte in  W  appartengano  anche  ad  Amerigo,  perché  : 
1°  differiscono  dalle  altre  sue  poesie  per  la  lingua;  2° 
sono  ricalcate  sulle  stesse  rime  del  suo  descort:  3°  per 
il  contenuto  presentano  una  situazione  tutta  differente; 


^  Selbach,  Das  Streitgedicht,  68,  crede  lodato  Obizzo,  perché 
Guillem  Raimon  scambia  con  Amerigo  le  coble  iV'  Aimeric,  queus 
par  d'aquest  Marques,  clie  0.  Schultz,  Zeitschr.,  VII,  231,  vuole 
scritte  per  lui;  ma  cfr.  la  difficoltà  opposta  da  Casini,  I  trovai, 
nella  M.  Triv.,  183,  n.,  né  è  escluso  che  si  tratti  di  altro  Amerigo. 


72  PER  UN  «  DE  SCORI  » 


4^  hanno  delle  licenze  metriclie  strane  cosi  alle  pre- 
cedenti stanze,  come  in  generale  alla  raffinata  poetica 
di  Amerigo.  Di  esse,  la  prima  stanza  ha  regolarmente 
tre  parti,  la  seconda  si  abbandona  a  quella  irregolarità 
che  domina  nel  maggior  numero  dei  descortz;  perché 
restringe  a  quattro  versi,  cioè  al  primo  membretto,  la 
seconda  parte  della  seconda  strofa:  si  potrebbe  sospet- 
tare tuttavia,  specialmente  perché  questi  versi  non 
danno  senso  soddisfacente,  che  gli  altri  quattro  versi 
sieno  caduti  ;  ma  V  irregolarità  riapparisce  in  una  tor- 
nata di  due  versi,  in  confronto  alla  tornata  del  descort 
di  Amerigo,  che  è  regolarmente  costituita  dalla  metà 
della  parte  precedente. 

Il  poeta  aspira  ad  un  bacio  della  sua  dama,  per 
il  quale  darebbe  la  vita  ;  poi  dice  che  egli  per  causa 
della  sua  donna  non  vuol  andare  alla  crociata,  nean- 
che se  sapesse  di  conquistare  il  Santo  Sepolcro  ;  e  cosi 
finisce  chiedendole  Vestrena.  E  cosi  da  un  lato  la  poe- 
sia di  Amerigo  fu  purificata  da  Joan  Esteve  con  sen- 
timenti di  religiosa  compunzione  ;  dall'  altro  fu  volta 
a  irriverente  sensualità  dall'  anonimo  autore  di  questo 
nuovo  descort. 

Sili,  qu'  es  caps  e  guitz, 
on  vera  merces  -  es, 
don  qu'  ieu  sia  ausitz 
1        d'un  joi  que  promes  -  m'es: 
c'uns  gens  cors  grasitz 
m'a  am  plasen  bres  -  pres; 
donc  s'ien  sui  traitz, 

Varianti  di  W  :  7  syen. 


6.  Bres,  '  lignum  quo  aves  capiuntur  ',  Donata  proensals,  ediz. 
Stengel,  7,  19;  altri  esempi  in  Raynouard,  Lexique  romane. 


DI   AMERIGO   PEGUGLIANO  73 


8        pechat  e  non  fes  -  es. 
C'autres  plasers  cars  -  ars 

nom  pot  far  socors,  -  sors 

m'agra  iins  dous  baysars,  -  pars 
12        fora  dels  mellors:   -  pors 

fera  chantars  -  ci  ars, 

disent  las  lauzors,  -  plors 

m'es  arai  presars  -  cars: 
16        non  say  si  l'amors 
Ani  quem  Ha  -  mi  valria 

s'atendia  aman  -  tan; 

e  seria  -  cortesia 
20        sim  leuges  l'afan  -  gran  : 

car  s'un  dia  -  m'acorria 

d'un  Joy  quiel  deman  -  tan, 

nom  calria  -  s'ieu  moria 
24        pneys  d'aqui  enan  -  l'an. 

Donc  die  a  la  gen 

que  mandon  crosar,  -  ar 

qu'  ien  non  ay  talen 
28        ni  cor  de  passar  -  mar. 

neys  sii  monumen 

sabia  cobrar,  -  car, 

sella  m'o  defen, 
32        de  pretz  non  a  par  -  car. 

10  ìion,    11  un,  12  del,  16  la   inors,  23  noHj  26  que]  aue. 


9.  ars,  probabilmente  aras,  ora,  come  ers,  (cfr.  Bartsch,  CVwesf. 
col.  185,  V,  13),  ma  non  conosco  nessun  altro  esempio  di  ars. 

13.  manca  una  sillaba  ;  forse  fera  los  chantars. 

14.  l'^ors,  deve  essere  per  porU,  contentezza  (deporta),  di  cui 
dà  alcuni  esempi  il  Raynouaed,  Lex.  Eom.  IV,  606;  un  altro 
esempio  di  s  per  t^,  ma  non  complicato,  è  al  v.  45  dasm',  datz  m'. 

15.  cars  è  una  rima  di  ritorno,  v.  9;  altro  esempio  è  nel  gruppo 
precedente  es,  v.  2,  4,  8,  e  nel  seguente  tan,  v.  18,  22. 


74        PER  UN  «  DESCORT  »  DI  AMERIGO  DI  PE(tU<ÌLIANO 


Gara  consin  l'aurai,  -  n'ay 

ponha  col  desir  -  vir, 

am  leys  non  faray,  -  may 
36        am  per  Dyeu  morir. 

C*am  sim  ten  a-m  fort  cadena, 

e'  anc  pueys  qn'  ieu  la  vie  -  trie 

d'amor  ben  a-b  doussa  pena: 
40        e' anc  mal  non  sentic,  -  die, 

say  si  mena  -  no  m'  estrena 

con  leyal  amie,  -  gic; 

mas  quis  pena  -  trobar  mena 
44        d'aur  per  estar  rie,  -  pie. 

Blanq' e  lena,  das  m' estrena, 
46        quels  vostres  prez  rie  -  cric. 

33  vay,  34  ponna,   37  sin,  38  cam,  43  quispera,   44  istar,  45 
hlanc,  das  mestrena. 


33-36.  mi  riescono  oscuri,  né  si  guadagna  nulla  leggendo  vai/ 
invece  di  n'ay,  che  pur  dà  un  senso:  ne  ho  affanno  come  il  de- 
siderio si  volge.  Né  sarà  mai  da  prendere  vir  per  un  aostani,  ri- 
cavato da  virar. 

37.  questa  specie  di  rima  ten  a-m^  e  cosi  hen  a-b  è  ben  nota: 
cfr.  DiEZ,  Poes.  d.  Troiih.,  89,  e  Bartsch,  Jahrhnch  fiir  rom.  u. 
engì.  Phil.,  I,  174  sgg.  ;  e  per  l'antica  poesia  italiana,  che  n'  è  ric- 
chissima, esempi  tipici  sono  nei  sonetti  di  Monte  Andrea  e  Lam- 
bertuccio, Le  antiche  rime  volgari  sec.  il  cod.  vai.  3793,  V,  199  sgg., 
e  qui  stesso  cfr.  il  Casini,  p.  450  :  e  anche  Dante  ce  ne  ha  offerti, 
Studj,  I,  185.  Il  senso  di  questo  verso  e  dei  seguenti  è:  Che  mi 
tiene  seco  con  forte  catena,  che  dopo  che  la  vidi  mi  intrigo  con 
dolce  pena  di  amore,  che  mai  non  ho  sentito  male,  io  dico  ;  se 
qui  non  mi  regala  in  copia  come  ad  amico  leale,  io  son  derelitto; 
ma  chi  si  affanna  a  trovare  miniera  d'  oro  per  star  ricco,  scavi  ! 

43.  mena,  altri  esempi  per  miniera,  in  Raynguard,  IV,  234.  e 
conferma  T  etimol.  da  mina.  cfr.  Diez,  Etym.  Wòrt.  s.  v.  —  No- 
tevole è  la  stessa  frase  nel  son.  di  Ciuo  a  Dante  :  Cercando  di 
trovar  minerà  in  oro,  a  cui  la  risposta  :  Degno  fa  vui  trovare 
ogni  tesoro,  pei  quali  cfr.  F.  Pellegrini,  in  Giorn.  Stor,  XXXI, 
311  sgg. 


INDICE 


Prefazione Fag.   vii 

Un  serventese  di  Ugo  di  Saint  Gire 1 

Per  un  descort  di  Amerigo  di  Pegugliauo 25 

TESTI 

Un  sirventes  vuelh  fair  e  en  aqiiest  son  d' en  Gui 16 

(Per  razo  naturai) ., 35 

Ah  marrimem  angoissos  et  ab  pìor 41 

Per  solata  d' autrui  chant  soven 50 

Qui  la  ve  en  ditz .66 

Sill^  qu'  es  caps  e  guitz ,    .    .    72 


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